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Alla ricerca del volto sacerdotale

Egli è ignorante (anche se possiede gradi accademici, perché non sono i titoli scolastici che danno la vera sapienza di Dio, questa è un dono dello Spirito, e lui se ne è privato anziché coltivarlo); scaltro (essendo un arrivista è disposto a qualsiasi strategia pur di raggiungere il proprio scopo); attivo, aggressivo e invadente (cose che qualche sprovveduto nel discernimento spirituale può scambiare per vero impegno, forza di carattere, o, addirittura, per grande personalità); vuol essere udito (è talmente pieno di sé che non può tollerare il contrario); ed è l’uomo dei moltiplicatori. Moltiplicatore, per esempio, di uffici, che risultino almeno presenti sulla carta; di iniziative, che esprimono quasi esclusivamente una frenesia attivistica sempre frutto di improvvisazione, che non crea frutti perché nega ogni continuità col passato, ma in questo modo si preclude ogni autentica novità, e si nega ogni vera efficacia; di assegnazioni di responsabilità fantomatiche, a collaboratori che in verità non contano niente perché è un accentratore che si fida solo di se stesso e non ha alcun rispetto degli altri e della loro dignità. Ma anche non si fa nessuno scrupolo di usare il sacro per i propri fini. Così diventa moltiplicatore di sacramenti, preghiere, etc., in vista, oltre che di maggior potere di affermazione di sé, anche di maggiori interessi pecuniari. Uno così si stende come una bruma sui campi della chiesa. Forse, e dico “forse” perché si tratta di una forma di ascesi che loro hanno fatto di tutto per scongiurare, soltanto il bisogno può insegnar loro a riprendere a pregare. Nel frattempo, preghiamo noi per essi. C’è perciò, per così dire, un esercizio del ministero sacerdotale che non coincide con l’esistenza di colui che ne è investito. Quanto abbiamo detto è possibile affermarlo avendo presente, allo stesso tempo, sia la dottrina della creazione, sia quella dell’alleanza, che ha il suo compimento nel mistero della incarnazione-redenzione-glorificazione. Tutte e ciascuna le abbiamo sin dall’inizio di questo nostro itinerario sinteticamente presentate nell’affermazione: « La relazione Dio-uomo è relazione di libertà ». Ora, i sacramenti della e nella chiesa sono anch’essi, diciamo così, ambiti di attuazione di questa relazione di libertà: avvenimenti di libertà umana e divina, in modo tale però che quanto è umano sia, se accettato, ordinato e subordinato al divino. In tal senso, la Grazia sacramentale dell’ufficio sacerdotale (libera iniziativa d’amore di Dio nei confronti dell’uomo), non dimentichiamolo mai, aiuta a uscire da sé, a espropriarsi; ma non può sostituire – come nel pensiero protestante - questa espropriazione (libera accoglienza della Grazia da parte dell’uomo, resa possibile dalla Grazia stessa - che lo interpella con la sua libera iniziativa -, quale risposta d’amore a Dio). Tanto è vero che se colui che è consacrato non si apre ad essa, questa lo contrassegna negativamente. Ma esattamente qui, nel sì obbediente, radicato nel sì del Figlio unigenito che muore sulla croce in obbedienza al Padre, scaturisce il ministero sacerdotale. In tal modo il ministero sacerdotale e la vita di colui a cui è donato (il compito assegnato è sempre di origine divina), costituiscono una unità. E alla persona cui tocca in sorte è sempre richiesto di impegnarsi con tutta se stessa in questo servizio. Il gesto con il quale colui che è scelto si pone a disposizione del suo servizio – lo si chiami fede, fiducia, fedeltà, ubbidienza, lasciarsi-condurre-da o con i nomi di sempre – lo spoglia, lo espropria, fin nella sua sfera più privata, a favore del suo ministero, che è sempre un servizio reso al popolo di Dio in obbedienza illimitata al mandato divino. Ma la responsabilità verso il popolo di Dio non può mai, neppure per un istante, basarsi su considerazioni personali, bensì deve restare sempre l’espressione della volontà di Dio. Questo avviene soltanto quando l’incarico resta in intimo contatto con Colui che gli ha affidato la missione, cioè con Dio, in un atteggiamento di obbedienza e di intimo familiare rapporto con Dio stesso (rapporto di preghiera). Un simile rapporto con Dio regola tutta l’esistenza secondo il ministero ricevuto, fino all’obbedienza che è pronta a sacrificare tutto, tutto ciò che si è e tutto ciò che si ha. Dopo il binomio vita-ministero, ora si è delineato il binomio ministero-obbedienza. La consacrazione al ministero sacerdotale esige una totale consacrazione esistenziale: decidersi per Dio; appartenergli e sacrificarsi per Lui. Il servizio sacerdotale prende tanto più totalmente possesso dell’esistenza personale, quanto più le esigenze della parola di Dio, Gesù Cristo, penetrano sempre più profondamente dentro la vita. E, come abbiamo detto più sopra, l’atto di obbedienza dell’uomo è radicato sull’obbedienza di Gesù Cristo. Gesù Cristo, infatti è la perfetta identificazione di esistenza e ministero, è la missione personificata: la Parola del Padre come Figlio, e il Figlio del Padre come sua Parola. Le due realtà in Lui sono unite. Dopo di Lui nella sua chiesa, possono essere esercitati solo in stretto rapporto con una forma di vita che, da una parte, deve essere impegno a una totale disponibilità per la missione da svolgere (Mt 8,18s), dall’altra parte però è più ancora una promessa: proprio al più alto rappresentante del ministero ecclesiale viene promessa la morte di croce (Gv 21,19), e durante la preghiera sacerdotale (Gv 17) gli apostoli presenti vengono « consacrati nella verità » con una consacrazione esistenziale e sacrificale simile a quella di Gesù. Una simile partecipazione dei futuri ministri alla sua identità-di-sacerdote-vittima non ha nulla di facoltativo, di accidentale, di eccessivo, ma è lo stigma del ministero sacerdotale cristiano, il quale per mezzo della grazia di elezione e della dedizione nella fede, partecipa alla identità di esistenza e ministero posta in Cristo e da Cristo stesso comunicata ai suoi sacerdoti. Dio, ripetiamolo ancora una volta, non conferisce nessuna missione senza che colui che ne è investito metta a disposizione tutta la sua esistenza. Sul sacerdozio esistenziale di Cristo, che è unico e quindi valido una-volta-per-tutte, si fonda l’interdipendenza tra esistenza e ministero. La perfetta identificazione tra esistenza e ministero si realizza soltanto con Lui, così come il tema del pastore, che Gesù assume dall’antica alleanza applicandolo a se stesso, mostra che autorità e servizio in Lui sono perfettamente identici. Soltanto in Gesù si conosce l’identificazione di potere e missione: Egli impersona la sua missione, così che nell’offerta spontanea del Figlio si rivela tutta la libertà del piano salvifico di Dio. E quando Gesù trasmette la sua autorità (potestà e cura pastorale), si tratta dell’ autorità di rappresentare Dio, la sua autorità e il suo impegno, contrassegnati dall’impegno personale di Cristo, partecipando solo in certa misura alla sua potestà che in lui è illimitata. I poteri, ad opera del Figlio, vengono conferiti - conformemente al tipo di esistenza del Figlio, che è investito dell’autorità del Padre come colui che è « obbediente fino alla morte » -, solo là dove incontrano una disponibilità esistenziale radicale, anzi una disponibilità che va oltre la propria volontà, come sarà per Pietro: « Ti condurranno dove tu non vuoi ». Nella sua magna charta per il clero Pietro trasmette ciò che ha ricevuto: l’autorità deve essere esercitata « non per forza, ma pascendo volentieri il gregge di Dio, secondo la missione ricevuta da Dio », e ancora « non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge » (1 Pt 5,2s.). L’espressione, che in Paolo ricorre continuamente per indicare la guida della comunità (della sua personale e di quella dei suoi collaboratori), è “spossarsi”, “esaurirsi”: e proprio perché questo impegno sta davanti agli occhi dei cristiani, essi devono essere « deferenti » (1 Cor 16,16), devono « avere riguardo » di coloro che presiedono (1 Ts 5,12), non negare loro il frutto dei loro sforzi (2 Tm 2,6). Eb 13,7 considera autorità e impegno apostolico nell’unità, in termini identici: « Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio » - autorità e annuncio vengono considerati unitamente - « considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede ». Ma nel considerare attentamente il tenore di vita del sacerdote, ci domandiamo: esiste una funzione critica di coloro che obbediscono, anche se il conferimento dell’autorità e dei poteri sacerdotali non viene da loro (come in una democrazia), ma da Dio e da Cristo (costituzione teocratica e cristocratica del ministero)?
Don Giorgio Capelli
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