Martedì, Febbraio 07, 2012
   
Testo

Cultura

Addio grande Mike Buongiorno

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Anche io sono stato dolorosamente colpito dall’improvvisa scomparsa di Mike Bongiorno. A lui mi legano molti ricordi, che risalgono al tempo di Campanile Sera, il gioco fra comuni italiani, al quale partecipai come rappresentante di Acerra e di cui ho lungamente parlato in passato.

Conservo una sua fotografia con dedica, in cui lui abbraccia la testa di un cavallo. Ma sono soprattutto le reminiscenze di lui, conduttore del gioco che appassionò tutta l’Italia, che affollano la mia mente. Ci conoscemmo a Milano dove si svolgeva la gara, in cui ero impegnato in prima persona nel rispondere a domande che vertevano su argomenti culturali, ma in particolare su quelli di letteratura e storia. Le risposte dovevano essere date rapidamente in modo da battere l’avversario sul tempo. Bisognava essere lesti nello schiacciare il pulsante e precedere l’avversario nel fornire le risposte. Ricordo che prima di tornare il giovedì successivo ( in questo giorno della settimana si svolgevano le gare) a Milano, ebbi modo di parlare ad Acerra con Enzo Tortora, uno dei due inviati nei comuni antagonisti, che mi diede alcuni consigli sul modo e sul tempo di schiacciare il pulsante. Aveva notato che io tenevo il dito troppo distante dal pulsante e tardavo quindi a schiacciarlo, permettendo all’avversario di anticiparmi e mi consigliò di tenere il pulsante schiacciato per metà. Servendomi di questi consigli potei giocare con più speditezza e guadagnare punti. Via via che passavano i giorni divenivo più astuto, assicurandomi molto spesso la vittoria, cosicché nello scontro tra il mio paese e un altro potetti allungare la lista dei comuni da noi battuti. La morte di Mike Buongiorno, anche per il modo tragico in cui è avvenuta, ha avuto risonanza in tutta Italia e negli Stati Uniti, in cui era nato e da cui era venuto da noi con mansioni non molto chiare, ma certamente importanti. Fu partigiano e patì il carcere a Milano da dove partì per il suo successo nella televisione Si disse che era protetto dall’allora ambasciatrice degli Stati Uniti in Italia tra il 1953 e il 1957 Clara Boothe Luce, ma anche questo risultò infondato, perché ho assistito ad una scena che lo smentisce. Durante una delle due prove che precedevano la trasmissione, essendosi lamentato con i redattori dei dialoghi, perché gli avevano scritto sul testo una domanda sbagliata, fu redarguito alla mia presenza con tale veemenza, da lasciarmi sbalordito. “Lei pensi solo a leggere quello che noi scriviamo e non si preoccupi se è giusto o se è sbagliato”. Mike mi apparve allora come un cane bastonato da un padrone iracondo, tanto da farmi esclamare: “E questo è l’uomo protetto e raccomandato da ambasciatori e personalità politiche importanti!?” Organizzò e diresse programmi diventati subito famosi, coi quali finì per condizionare il modo di pensare e di agire di un intero paese. Da “Lascia o raddoppia” a “La ruota della fortuna”, furono da lui diretti e portati al successo per molti anni tanti shows televisivi, e si restava commossi nel vedere lui lavorare in tarda età con lo stesso impegno ed entusiasmo di quando con la sua presenza rivoluzionò la televisione, facendone uno strumento potente di trasformazione degli usi e dei costumi della società italiana. Ebbe naturalmente dei nemici, invidiosi del suo successo, che cercarono di sminuirne la fama diffondendo sul suo conto false dicerie. Le famose “gaffes”, a lui attribuite, correvano sulla bocca di tutti con intento denigratorio. Celeberrimo il suo commento a una candidata che aveva sbagliato una risposta a una domanda sull’ornitologia:”Lei signora mi è caduta sull’uccello”. Ma questa, come altre, si è rivelata una “leggenda metropolitana” : interpellata, la signora in questione ha negato sia mai avvenuto l’episodio incriminato, né alcuna registrazione televisiva lo ha mai comprovato. Altre battute come questa correvano sul suo conto e non tutte benevole, tanto che acquistò la fama di inconsapevole ed esilarante “gaffeur”. Molti si chiedevano se lo facesse di proposito o le battute gli venissero spontanee per il suo spirito sveglio e perspicace. Erano quasi tutte malevole e tendevano a coprirlo di ridicolo. Tutto ciò non incrinò la sua notorietà, ma questa non gli valse a fargli realizzare qualche aspirazione di carattere personale. Ingenuamente manifestò il desiderio di essere nominato senatore a vita e molti nel paese lo consideravano legittimo, data la diffusione della cultura che egli aveva operato con le sue trasmissioni, dimenticando che perché gli fosse attribuita questa onorificenza bisognava godere di appoggi politici. Allora le più importanti cariche politiche erano in mano alla sinistra e lui, per le sue amicizie e per i suoi legami con Berlusconi, era considerato di centro-destra. Pertanto nessuno di sinistra lo appoggiò e anche questa aspirazione cadde nel vuoto. Ritornando ai miei rapporti con lui, devo ribadire che mi sento onorato di avere avuto occasione di conoscerlo e spesso, basandomi su certi incontri e alcune conversazioni avute con lui, mi lusinga il pensiero che egli abbia nutrito sentimenti di stima e cordiale amicizia verso di me. E questo rende ancora più amaro il rimpianto per la sua scomparsa.



Bartolo Stellato

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Gli invisibili di Carlo Petrella

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Caro Direttore, è una donna. Non la vedo da molto tempo. E per me è invisibile. E’ una donna di Acerra, ma non ha origini acerrane.

Non la vedo da molto tempo. E per me è invisibile. E’ una donna di Acerra, ma non ha origini acerrane. E’ bella. Intelligente. Vivace. Potrebbe essere una prima donna di un grande paese. Perché è capace. Nei lunghi miei silenzi, in questo posto difficile, spesso penso alle donne straordinarie che ho incontrate. Lei era amica di mia moglie morta. Erano insegnanti. Dopo la morte di mia moglie, l’ho incontrata qualche volta. E’ stata sempre di una tenerezza e di una sensibilità estrema. Mi ha sempre mandato piccoli segnali di affetto e di solidarietà. I nostri mondi sono diversi, ma non lontani. Io vivo con i drogati. Lei amministra un luogo di dolore e di malattie. Io sono circondato da drogati. Lei è circondata da medici. Alcuni simpatici, capaci, bravi. Altri antipatici e brutti. Pochi, ma ci sono. Forse Lina li sopporta. Ho detto il suo nome. Si chiama Lina Ciccarelli. E’ lì alla Clinica Villa dei Fiori. Dirige, organizza, decide. Quel luogo resiste all’usura del tempo. E’ un luogo accogliente. E’ ancora il posto più efficiente dei nostri paesi. Vorrei dirle brava. Quando mia moglie era viva, parlando di lei, disse: “Carlo è una bella persona”. Ho conservato questa sensazione e ne sono contento di darle un posto nel mio mondo degli invisibili. Ricordo la vecchia clinica, era una grande casa, un piccolo parcheggio, c’erano le suore, ricordo Suor Paolina, un’altra bella persona della clinica Villa dei Fiori. Ora la clinica è immensa, il parcheggio è il segno di un numeroso “viavai”. E’ diventata un ospedale, straordinariamente necessario per questi paesi perduti. A Lina, l’invisibile, voglio dedicare questo scritto. E’ una preghiera ebraica per i bambini di Gaza. “Se mai c’è stato un tempo per pregare, è questo. Signore, tu che fai eccezioni, che noi chiamiamo miracoli, fai un’eccezione per i bambini di Gaza. Proteggili dai nostri e dai loro Allah, che noi chiamiamo Elohim. Manda a quei bambini i tuoi angeli. Risparmiali!” La Lina, l’invisibile donna della clinica Villa dei Fiori di Acerra, capirà questa preghiera. Non sono un bambino di Gaza, ma appartengo ai deboli, agli ultimi di questo brutto paese. Cerco angeli. Cerco angeli per essere difeso. Vogliono distruggere le nostre capanne. Vogliono soldi che noi non abbiamo. Vogliono la nostra fine. Contro di loro non ho nessuna forza. Ho solo la forza di tante persone invisibili. Se chiude la Locanda, chiude una trincea. Gli invisibili possono pregare i potenti perché risparmino la Locanda. In cambio, io faccio il tifo per quel luogo diretto da una donna speciale.

Carlo Petrella

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Che cosa siamo noi papà.Emergenza educativa

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«Che cosa siamo noi, papà?». E’ questa certamente una domanda impegnativa, non c’è che dire. Per noi uomini è la domanda filosofica radicale.

Tuttavia, qui la domanda è tratta da una favola contemporanea molto bella: "Il topo e suo figlio" di Russel Hoban, ed è posta dal topolino di latta al topo suo padre in un frangente rovinoso, potremmo dire catastrofico, ovvero dopo che i due giocattoli, in origine fatti in modo da dover ballare in tondo uniti, ormai rotti e inutili, si vedono gettati prima in una pattumiera e poi sul mucchio di rifiuti di una discarica. Dato che nelle favole l’animale, anche quando è di latta, sta per l’uomo, il topolino è dunque un bambino e il topo è l’uomo suo padre, e la domanda vista è così un interrogativo rivolto da un figlio al padre. Nella favola il topo padre risponde: «Non lo so». Una risposta ben triste. Ma avrebbe potuto essere ancora più triste: «Non siamo ormai più niente. Non siamo mai stati niente». Con infinita tristezza nel cuore dobbiamo riconoscere che queste sono le risposte che molti uomini padri saprebbero dare oggi ai propri figli. E’ questa consapevolezza della situazione odierna, è questo non senso della risposta, è questo vuoto nelle risposte, che pone un’urgenza: il problema educativo. Va osservato subito che l’emergenza educativa per la società e per la chiesa non è un problema tra gli altri, ma è il problema fondamentale. Ciò significa che l’emergenza educativa è per la società un grave rischio, perché la società finisce nel disordine, quando gli adulti non sono in grado di comunicare le ragioni adeguate per vivere; e per la Chiesa il pericolo di tradire se stessa, la sua missione, perché il compito della Chiesa è di comunicare Cristo, la ragione divina per la vita dell’uomo. L’emergenza educativa è, quindi, un vuoto di comunicazione positiva: il mondo adulto, troppo spesso, non sa dare risposte adeguate alle domande che gli vengono rivolte, risposte che siano interessanti, coinvolgenti, che valgano la pena di essere prese in considerazione come ipotesi di lavoro, come ipotesi da verificare nelle sue ragioni. In verità, poiché il mondo adulto è tale se è capace di comunicare le ragioni adeguate per vivere, non accadendo questo vuol dire che il mondo adulto non c’è, è un assente; i cosiddetti "adulti" non sono altro che degli immaturi, degli infanti inutilmente cresciuti, perché, vuoti di contenuto, non hanno niente da comunicare. E’ indubbio che innanzitutto l’emergenza educativa riguarda la famiglia, ove il compito educativo è terribilmente offuscato; tuttavia, qui vorrei fare qualche considerazione sull’emergenza educativa nella Chiesa. Un vero cattolico è assolutamente convinto che il Signore difenderà sempre la sua Chiesa in modi che non può neanche immaginare, ma è altrettanto certo che questo non gli toglie la responsabilità di considerare seriamente se la Chiesa non stia spingendo, umanamente parlando, se stessa verso uno svuotamento del suo significato, un impoverimento cioè, o una qualche riduzione, della verità della propria realtà, e della sua capacità di incidere nella vita degli uomini. La domanda fondamentale è: che cosa significa educare per la Chiesa? Significa comunicare l’evento della fede, che è il riconoscimento nella propria vita di una Presenza eccezionale, una Presenza che si è fatta tale nella storia e vi permane perché ciascun uomo e tutti gli uomini la possano incontrare. Educare per la Chiesa vuol dire trasmettere, comunicare Cristo quale unica vera risposta alle domande che gli uomini si pongono, unica adeguata risposta alle esigenze del cuore umano. Se questo è il compito educativo della Chiesa, introdurre l’uomo al mistero di Cristo pienezza dell’umano, si comprende facilmente che il fine dell’educazione della Chiesa è uno solo: l’uomo, affinché si compia nella sua totalità. In tal senso il compito educativo della Chiesa non si rivolge ad una data categoria di persone, ma all’uomo dal suo concepimento fino alla sua morte corporale. Per questo la Chiesa è chiamata ad un compito educativo che si svolge lungo tutto l’arco della vita di ciascun uomo, in ogni momento e in ogni situazione e circostanza, perché niente della vita dell’uomo è estraneo alla sua amorevole cura che è l’annuncio di colui che è il Signore dei vivi e dei morti, è la comunicazione di colui che ha condiviso in tutto la nostra condizione di uomini, fuorché il peccato, cioè il rifiuto di un Dio che si mostra grande nell’amore per l’uomo proprio in questo modo: farsi Uomo per salvare l’uomo. La fede dunque è l’origine del metodo educativo della Chiesa. La Chiesa ci educa, cioè ci comunica che la fede giunge a investire tutto l’orizzonte della vita, vissuta sotto il segno del rapporto con una Presenza eccezionale, che prende sul serio e corrisponde alle istanze del cuore umano. Giovanni XXIII, nella Mater et Magistra, ha definito tragedia della Chiesa contemporanea la separazione fra fede e vita. Ripetutamente questa tragedia è stata segnalata dal Concilio Vaticano II, per non parlare dei molteplici interventi a questo riguardo di Paolo VI e dei successori fino all’attuale Papa Benedetto XVI. Insomma, cos’altro serve per convincerci che qui si gioca la fedeltà della Chiesa al suo mandato , e alla sua credibilità in mezzo agli uomini? Purtroppo anche in seno alla Chiesa è dilagante la volontà di ridurre il fatto cristiano – la Presenza eccezionale che riguarda tutta la vita – a una vicenda privata e intimistica, a solo atto cultuale, formale, devozionale, cercando di mortificare la fede quale respiro di vita. Il primo e fondamentale contributo dell’opera educativa della Chiesa è dunque quello di insegnarci a combattere la buona battaglia della fede contro ogni tentativo di ridurla ad una realtà meschina mortificandone la grandezza, l’ampiezza e la profondità che essa è per l’uomo. L’urgenza educativa nella Chiesa è la permanente urgenza di una vera educazione alla fede, perché è la fede che oggi più che mai è a rischio anche nella Chiesa.

don Giorgio Capelli

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"L'Angelo custode...di Arturo G."

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Esiste davvero “L’Angelo custode” o ci fa piacere pensare che ognuno di noi possa averne uno?

ArturoG era convinto che per tutti ve ne fosse uno, e a chi non la pensava come lui, rispondeva semplicemente: “non siete ancora pronti per ascoltarlo.” ArturoG con il suo ormai ci parlava, specialmente quando era convinto che questi si divertiva a nascondergli le cose, oppure quando gli capitava di rincasare in fretta per un improvviso bisogno fisiologico. Arrivava davanti al portoncino di casa e infilava con ansia la mano nel cappotto per afferrare l’anello di metallo argentato che custodiva le uniche due chiavi di casa, poste esclusivamente da sole vicino al ninnolo proprio per ridurre le probabilità di errore. Dopo essersi impigliato nella fodera della tasca che si attorcigliava molle sotto le dita frettolose e sudaticce per la fretta, all’atto di aprire il portoncino, puntualmente invertiva l’ordine delle chiavi, inserendo nella serratura, delle due puntualmente quella sbagliata… Quell’imprevisto lo faceva sorridere più che incazzare, in quanto trovava assurdo ripetere esattamente quell’errore tutte le volte che doveva rincasare: “come è possibile che ripeto sempre lo stesso errore,-si chiedeva-, ci deve per forza essere qualcuno che all’ultimo momento mi inverte le chiavi tra le dita divertendosi alle mie spalle, altrimenti non si spiega!” Avrebbe potuto tranquillamente evidenziarle con un colore diverso, ma ArturoG si divertiva a sfidare il suo Angelo nel calcolo delle probabilità di azzeccare la chiave giusta al primo colpo e quindi fregarlo… Viveva la propria vita con entusiasmo nonostante la sua precaria condizione economica di barbone in cui si era rifugiato- Tu vivi fuori dal mondo Artù, beato te che non capisci nulla-, gli urlavano dai balconi mentre attraversava i vicoli del paese in cui viveva, ma lui dinoccolandosi nella sua andatura lenta, si chiudeva la testa tra le spalle come una tartaruga a cui sfregano la testa, rallentava il passo, e rispondeva con un mezzo sorriso agitando il braccio senza neanche voltarsi, come a voler dire:-si, si… è come dite voi-. Nonostante la sua età non più giovanissima, questo suo modo di vivere gli conferiva un’aria perennemente infantile. Quando gli chiedevano:- Artù ma quando diventi grande?- lui rispondeva sempre allo stesso modo:- oggi,oggi… Da qui subito il nomignolo: Arturoggi. Tutti in paese ne portavano uno. Era una sorta di doppia identità che in paese ti garantiva il riconoscimento immediato del proprio casato di appartenenza almeno di dieci generazioni, più del comunissimo dato anagrafico, in quanto nell’ambito paesano il “soprannome” non consentiva omonimie. Erano geniali nella codifica dei “nomignoli”, ed in paese tutti ne avevano uno… Spesso lo si incontrava in villa seduto su una delle panchine antistante la stazione che parlava da solo, e quando qualche curioso si avvicinava per sapere con chi parlasse, spinto unicamente dall’intento di deriderlo, ArturoG lo disarmava con quel suo modo di comunicare sempre così gentile e disponibile che sembrava appartenere ad un mondo lontano… un mondo di cui si era persa la memoria ormai: -“Parlo con il mio Angelo custode, cerco di capire cosa mi ha voluto dire un istante fa. Loro sanno sempre in anticipo cosa ci accadrà, e comunicano con noi attraverso segni convenzionali… Non usano mai il nostro linguaggio perché non possono, ma se ci predisponiamo all’ascolto forse riusciamo a comprenderli e possiamo interpretarne la volontà. Ce ne mandano tanti di messaggi, e talune volte preferiamo ignorarli per stupido pregiudizio o anche solo per principio perché non vogliamo considerarli, preferiamo affannarci nelle nostre cose… Quante volte malediciamo un imprevisto perché in quell’istante formalmente ci manda all’aria un nostro progetto, e solo dopo, a distanza di tempo, realizziamo che quell’ imprevisto è stato la causa di un nostro successo? Bisogna saperlo comprendere ed amare il proprio “Angelo custode”, lui cerca sempre di dirci qualcosa, ma non sempre lo capiamo perché non sempre ascoltiamo...- Ma come spesso accadeva a Gnionzara, il paesino di ArturoG, la gente si spaventava più davanti al rumore che poteva fare una noce chiusa in un sacco di paglia, piuttosto che davanti al boato improvviso di un temporale estivo. E infatti: faceva più sgomento ArturoG che parlava da solo su di una panchina alle prese con le sue teorie sulla interpretazione del linguaggio degli “Angeli”, anziché lo sconosciuto di turno che attraversava la villa comunale parlando da solo e per giunta ad alta voce, agitandosi con invadenza, incurante di tutto e di tutti, solo perché alla “moda”, grazie all’invisibile blu tout conficcato nell’orecchio. ArturoG osservava divertito ormai questa scena che regolarmente si ripeteva tutti i giorni:-“è la moda che tende ad omologare la “normalità”. La “diversità” spaventa perché non è omologabile in quanto tale, ma è piuttosto etichettabile… altrimenti diventerebbe essa stessa normalità e non ci sarebbe più diversità. Saremmo tutti uguali… Di certo si fa meno sforzo a seguire le mode piuttosto che andare controcorrente…”- pensava. ArturoG si sentiva solo e distante davanti a quella moltitudine di “gente alla moda” che ogni giorno vedeva sbucare da ogni angolo del paese che parlavano da “soli”, nei posti più impensati: in macchina, fermi al semaforo, nelle attese interminabili degli uffici postali, sui mezzi pubblici… Udivi continuamente conversazioni a cui non avevi chiesto di assistere, ma che questi, incuranti di qualsiasi forma di rispetto altrui, ti obbligavano a sentire, fieri nei loro auricolari alla moda che neanche si accorgevano di te se solo chiedevi loro un’informazione. ArturoG, nonostante tutto, non giudicava queste persone anzi le comprendeva. Erano la risultante dei tempi che cambiavano. Preferivano offuscare i propri sentimenti, forse solo per tedio o forse per paura, dietro la tecnologia che inesorabile entrava nelle loro vite con atroce violenza, cambiandone le abitudini. Pensava spesso con quanta facilità queste persone comunicassero tra di loro, si cercassero attraverso messaggini telefonici o social network ed a quanta difficoltà avessero invece a comunicare con un “diverso”, incrociare un sorriso, stringere una mano… ArturoG parlava da solo, e quando gli chiedevano con chi parlasse era sempre gentile nella risposta, felice di poter comunicare con qualcuno che si mostrasse interessato a lui. Non parlava mai a voce alta per non disturbare e si scusava prontamente con l’interlocutore se solo aveva l’impressione di essere invadente… AturoG parlava da solo, è vero… per i suoi paesani era il folle… il pazzo della villa… il “diverso”, ma lui non se ne faceva un problema, preferiva vivere in un mondo tutto suo perché diceva che fuori la gente stava cambiando, e non c’era spazio per lui. Andava fiero di quella diversità che il paese gli aveva attribuito, e guardava con diffidenza la normalità in cui si muoveva lo sconosciuto alla “moda” nella inquietante indifferenza dei suoi simili. Avrebbe visto sempre più persone aggirarsi in villa e parlare da “soli”, ma poche di esse capaci di ascoltare il proprio… “Angelo custode.”

Peppe Mastrocinque

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Gli invisibili di Carlo Petrella

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Dove sono? Cosa fanno? A chi assomigliano? Chi li ha visti? Sono simpatici? Sono brutti? Sono belli? Sono importanti? Hanno ricchezze? Hanno amici potenti? Hanno potere?

Ho dimestichezza con gli invisibili. Maluma è un invisibile e mi fa compagnia da venti anni. Il viaggio tra gli invisibili è iniziato da tanti anni. Al Consiglio Regionale si presentava un mio libro “Droghe e favole”. Alla presentazione furono invitati tutti gli invisibili. L’unico visibile era lui, don Riboldi, ma era venuto solo per presentare gli invisibili. L’aula del Consiglio Regionale era piena. C’erano i ragazzi di Frigento, di Ariano, di Grottaminarda, di Pomigliano, di Acerra, di Napoli. C’erano tanti amici. C’era suor Lidia con i carcerati di Poggioreale. C’era Beppe Battaglia con i carcerati di Lauro di Nola. C’era il Gruppo Insieme di Angri. C’era tanta gente senza nome e senza etichette. Anche senza soldi. Con gli invisibili ci siamo rivisti a Piazza Campo, a Lioni. Fu una pazza idea. La realizzammo in quel paese lontano e freddo. Nonostante un’accoglienza glaciale ed ostile, gli invisibili erano tanti. Parteciparono le Unità mobili della Regione Campania, i gruppi senza volti e senza nome, gli operatori senza tessere. C’erano tanti aquiloni e furono loro i protagonisti di Piazza Campo. I visibili si accanirono su quella Piazza, ma non furono capaci di impedire agli aquiloni di volare. Senza soldi, senza sponsor, senza benedizioni, gli invisibili costruirono per pochi giorni la loro piazza. Tornai in Locanda con la nostalgia di Piazza Campo. Davanti alla Locanda c’è un grande spazio. D’istinto chiesi ad un ragazzo di scrivere su una lamiera “Piazza Campo” e la ponemmo ai bordi di quel grande spazio. Piazza Campo è la piazza degli Invisibili. Gli invisibili sono quelli che lavorano in silenzio. Nessuno li conosce, nessuno li applaude e soprattutto nessuno li finanzia. Gli invisibili non fanno immagine. Trovai un giornale. Il suo direttore, Pasquale Sansone, mi ospitò. Comincia la rubrica: “gli invisibili”. E così iniziai a raccontare storie e volti di persone belle. Li cerco nel mio paese, ma anche altrove. Gli invisibili non si vedono con gli occhi. E’ necessario disporre di un terzo occhio per riconoscere gli invisibili. Ma pochi hanno un terzo occhio. E pochi hanno simpatia per gli invisibili. Non fanno parte dell’elenco dei raccomandati. La prima battuta che ascolti quando li nomini è: “E chi sono?” Sono le presenze più importanti del mondo. Sono quelli che scopri quando hai un dolore, quando sei solo e soprattutto quando cominci a credere che esiste un altro mondo. Pulito, vero, piccolo, concreto, sano, lontano, lontano dal potere. Perché vicino a chi sta male!

Carlo Petrella

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Dicembre 1999 - Dicembre 2011- "Acerra in tasca" la guida della città di Acerra, edita dalla Casa Editrice Sansone, compie 22 anni

 

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