Gli invisibili di Carlo Petrella
Giovedì 15 Ottobre 2009 19:36

Caro Direttore, è una donna. Non la vedo da molto tempo. E per me è invisibile. E’ una donna di Acerra, ma non ha origini acerrane.
Non la vedo da molto tempo. E per me è invisibile. E’ una donna di Acerra, ma non ha origini acerrane. E’ bella. Intelligente. Vivace. Potrebbe essere una prima donna di un grande paese. Perché è capace. Nei lunghi miei silenzi, in questo posto difficile, spesso penso alle donne straordinarie che ho incontrate. Lei era amica di mia moglie morta. Erano insegnanti. Dopo la morte di mia moglie, l’ho incontrata qualche volta. E’ stata sempre di una tenerezza e di una sensibilità estrema. Mi ha sempre mandato piccoli segnali di affetto e di solidarietà. I nostri mondi sono diversi, ma non lontani. Io vivo con i drogati. Lei amministra un luogo di dolore e di malattie. Io sono circondato da drogati. Lei è circondata da medici. Alcuni simpatici, capaci, bravi. Altri antipatici e brutti. Pochi, ma ci sono. Forse Lina li sopporta. Ho detto il suo nome. Si chiama Lina Ciccarelli. E’ lì alla Clinica Villa dei Fiori. Dirige, organizza, decide. Quel luogo resiste all’usura del tempo. E’ un luogo accogliente. E’ ancora il posto più efficiente dei nostri paesi. Vorrei dirle brava. Quando mia moglie era viva, parlando di lei, disse: “Carlo è una bella persona”. Ho conservato questa sensazione e ne sono contento di darle un posto nel mio mondo degli invisibili. Ricordo la vecchia clinica, era una grande casa, un piccolo parcheggio, c’erano le suore, ricordo Suor Paolina, un’altra bella persona della clinica Villa dei Fiori. Ora la clinica è immensa, il parcheggio è il segno di un numeroso “viavai”. E’ diventata un ospedale, straordinariamente necessario per questi paesi perduti. A Lina, l’invisibile, voglio dedicare questo scritto. E’ una preghiera ebraica per i bambini di Gaza. “Se mai c’è stato un tempo per pregare, è questo. Signore, tu che fai eccezioni, che noi chiamiamo miracoli, fai un’eccezione per i bambini di Gaza. Proteggili dai nostri e dai loro Allah, che noi chiamiamo Elohim. Manda a quei bambini i tuoi angeli. Risparmiali!” La Lina, l’invisibile donna della clinica Villa dei Fiori di Acerra, capirà questa preghiera. Non sono un bambino di Gaza, ma appartengo ai deboli, agli ultimi di questo brutto paese. Cerco angeli. Cerco angeli per essere difeso. Vogliono distruggere le nostre capanne. Vogliono soldi che noi non abbiamo. Vogliono la nostra fine. Contro di loro non ho nessuna forza. Ho solo la forza di tante persone invisibili. Se chiude la Locanda, chiude una trincea. Gli invisibili possono pregare i potenti perché risparmino la Locanda. In cambio, io faccio il tifo per quel luogo diretto da una donna speciale.
Carlo Petrella
Che cosa siamo noi papà.Emergenza educativa
Giovedì 15 Ottobre 2009 19:36

«Che cosa siamo noi, papà?». E’ questa certamente una domanda impegnativa, non c’è che dire. Per noi uomini è la domanda filosofica radicale.
Tuttavia, qui la domanda è tratta da una favola contemporanea molto bella: "Il topo e suo figlio" di Russel Hoban, ed è posta dal topolino di latta al topo suo padre in un frangente rovinoso, potremmo dire catastrofico, ovvero dopo che i due giocattoli, in origine fatti in modo da dover ballare in tondo uniti, ormai rotti e inutili, si vedono gettati prima in una pattumiera e poi sul mucchio di rifiuti di una discarica. Dato che nelle favole l’animale, anche quando è di latta, sta per l’uomo, il topolino è dunque un bambino e il topo è l’uomo suo padre, e la domanda vista è così un interrogativo rivolto da un figlio al padre. Nella favola il topo padre risponde: «Non lo so». Una risposta ben triste. Ma avrebbe potuto essere ancora più triste: «Non siamo ormai più niente. Non siamo mai stati niente». Con infinita tristezza nel cuore dobbiamo riconoscere che queste sono le risposte che molti uomini padri saprebbero dare oggi ai propri figli. E’ questa consapevolezza della situazione odierna, è questo non senso della risposta, è questo vuoto nelle risposte, che pone un’urgenza: il problema educativo. Va osservato subito che l’emergenza educativa per la società e per la chiesa non è un problema tra gli altri, ma è il problema fondamentale. Ciò significa che l’emergenza educativa è per la società un grave rischio, perché la società finisce nel disordine, quando gli adulti non sono in grado di comunicare le ragioni adeguate per vivere; e per la Chiesa il pericolo di tradire se stessa, la sua missione, perché il compito della Chiesa è di comunicare Cristo, la ragione divina per la vita dell’uomo. L’emergenza educativa è, quindi, un vuoto di comunicazione positiva: il mondo adulto, troppo spesso, non sa dare risposte adeguate alle domande che gli vengono rivolte, risposte che siano interessanti, coinvolgenti, che valgano la pena di essere prese in considerazione come ipotesi di lavoro, come ipotesi da verificare nelle sue ragioni. In verità, poiché il mondo adulto è tale se è capace di comunicare le ragioni adeguate per vivere, non accadendo questo vuol dire che il mondo adulto non c’è, è un assente; i cosiddetti "adulti" non sono altro che degli immaturi, degli infanti inutilmente cresciuti, perché, vuoti di contenuto, non hanno niente da comunicare. E’ indubbio che innanzitutto l’emergenza educativa riguarda la famiglia, ove il compito educativo è terribilmente offuscato; tuttavia, qui vorrei fare qualche considerazione sull’emergenza educativa nella Chiesa. Un vero cattolico è assolutamente convinto che il Signore difenderà sempre la sua Chiesa in modi che non può neanche immaginare, ma è altrettanto certo che questo non gli toglie la responsabilità di considerare seriamente se la Chiesa non stia spingendo, umanamente parlando, se stessa verso uno svuotamento del suo significato, un impoverimento cioè, o una qualche riduzione, della verità della propria realtà, e della sua capacità di incidere nella vita degli uomini. La domanda fondamentale è: che cosa significa educare per la Chiesa? Significa comunicare l’evento della fede, che è il riconoscimento nella propria vita di una Presenza eccezionale, una Presenza che si è fatta tale nella storia e vi permane perché ciascun uomo e tutti gli uomini la possano incontrare. Educare per la Chiesa vuol dire trasmettere, comunicare Cristo quale unica vera risposta alle domande che gli uomini si pongono, unica adeguata risposta alle esigenze del cuore umano. Se questo è il compito educativo della Chiesa, introdurre l’uomo al mistero di Cristo pienezza dell’umano, si comprende facilmente che il fine dell’educazione della Chiesa è uno solo: l’uomo, affinché si compia nella sua totalità. In tal senso il compito educativo della Chiesa non si rivolge ad una data categoria di persone, ma all’uomo dal suo concepimento fino alla sua morte corporale. Per questo la Chiesa è chiamata ad un compito educativo che si svolge lungo tutto l’arco della vita di ciascun uomo, in ogni momento e in ogni situazione e circostanza, perché niente della vita dell’uomo è estraneo alla sua amorevole cura che è l’annuncio di colui che è il Signore dei vivi e dei morti, è la comunicazione di colui che ha condiviso in tutto la nostra condizione di uomini, fuorché il peccato, cioè il rifiuto di un Dio che si mostra grande nell’amore per l’uomo proprio in questo modo: farsi Uomo per salvare l’uomo. La fede dunque è l’origine del metodo educativo della Chiesa. La Chiesa ci educa, cioè ci comunica che la fede giunge a investire tutto l’orizzonte della vita, vissuta sotto il segno del rapporto con una Presenza eccezionale, che prende sul serio e corrisponde alle istanze del cuore umano. Giovanni XXIII, nella Mater et Magistra, ha definito tragedia della Chiesa contemporanea la separazione fra fede e vita. Ripetutamente questa tragedia è stata segnalata dal Concilio Vaticano II, per non parlare dei molteplici interventi a questo riguardo di Paolo VI e dei successori fino all’attuale Papa Benedetto XVI. Insomma, cos’altro serve per convincerci che qui si gioca la fedeltà della Chiesa al suo mandato , e alla sua credibilità in mezzo agli uomini? Purtroppo anche in seno alla Chiesa è dilagante la volontà di ridurre il fatto cristiano – la Presenza eccezionale che riguarda tutta la vita – a una vicenda privata e intimistica, a solo atto cultuale, formale, devozionale, cercando di mortificare la fede quale respiro di vita. Il primo e fondamentale contributo dell’opera educativa della Chiesa è dunque quello di insegnarci a combattere la buona battaglia della fede contro ogni tentativo di ridurla ad una realtà meschina mortificandone la grandezza, l’ampiezza e la profondità che essa è per l’uomo. L’urgenza educativa nella Chiesa è la permanente urgenza di una vera educazione alla fede, perché è la fede che oggi più che mai è a rischio anche nella Chiesa.
don Giorgio Capelli













