A proposito di …parole in evoluzione
Domenica 20 Settembre 2009 19:36

Definire guercio uno è lo stesso che chiamarlo non vedente, e sordo uno non udente e minorato un altro, che è andicappato? pazzo, mentecatto chi ha un deficit mentale, down chi ha un cervello in disordine?
Sono tutti modi per addolcire la pillola, ma la sostanza non cambia. Se a un povero io dico: Tu sei un “minus habens “, forse lo impressiono favorevolmente, ma gli regalo qualcosa? No, lo faccio fesso, come diciamo con franchezza a Napoli. Oggi è tutta una corsa per trovare parole che non urtino la sensibilità delle persone. Se poi si pensa che chi invoca questa delicatezza delle parole è lo stesso che non fa quello che dovrebbe per alleviare le condizioni degli interessati, allora si diventa, a mio modo di vedere, “ipocriti”, “farisei”. E ditemi voi quali altre parole devo usare per non fare adontare questi ultimi. Con questi rimescolamenti del vocabolario si finisce per nascondere la realtà delle cose e, diciamolo pure, privare della soddisfazione morale chi usa certi termini. Se io al colmo dell’ira, per parole o atti senza senso, voglio dare del cretino a un Tizio, e gli dico garbatamente: “Guarda che hai un tenue vuoto nel cervello!” Che faccio? All’interessato niente, e a me sottraggo la soddisfazione intima di chiamare uno col titolo che si merita. Come si vivrà in un mondo, dove io penso una cosa e sono costretto a dirne un’altra? Dove andrebbe a finire la libertà di pensiero? Così, per seguire una certa diplomazia, è successo che il più importante giornale di New-York, dovendo descrivere il morale degli italiani, proprio quando era in visita in quella città il nostro presidente della Repubblica, ha scritto che “gli italiani sono tristi, depressi, che non hanno più la loro proverbiale gioia di vivere” e via addolcendo. Non ha reso un buon servizio alla verità , sacra per un giornalista; doveva dire: Gli italiani contro chi li governa sono incazzati neri! E avrebbe fatto buon giornalismo, degno di meritare il Premio Pulitzer.
Bartolo Stellato
A proposito della "Caritas in Veritate" Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia..." (Mt. 5,6)
Domenica 20 Settembre 2009 00:00

Questa grande Enciclica prende l’avvio da una premessa fondamentale: « l’interiore impulso ad amare in modo autentico » (n.1); a partire da questo presupposto è possibile affermare con certezza che amore e verità sono interiormente presenti « nel cuore e nella mente » (cfr. n.1) di ciascun uomo.
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Tale fattore permane saldamente nell’uomo nonostante tutte le opposizioni che incontra. Dice Benedetto XVI: «Sono consapevole degli sviamenti e degli svuotamenti di senso a cui la carità è andata e va incontro, con il conseguente rischio … di impedirne la corretta valorizzazione » (n. 2). E non solo la carità (amore) va incontro a questo rischio, ma anche la verità che viene o relativizzata ad oltranza fino a un soggettivismo esasperato, o addirittura negata (nichilismo). Inoltre la verità si dà solo se la si desidera e la si cerca appassionatamente, solo se la si ama (è questo il significato del termine '' filosofia '' ), così che verità e amore sono, seppure distinte, indissolubilmente coniugate. A questo proposito il Santo Padre esprime un pensiero di altissimo livello: « coniugare la carità con la verità non solo nella direzione, segnata sa San Paolo, della '' Veritas in caritate '' (Ef 4,15), ma anche in quella, inversa e complementare, della '' caritas in veritate ''. La verità va cercata, trovata ed espressa nell’''economia'' della carità , ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità . In questo modo non avremo solo reso un servizio alla carità , illuminata dalla verità , ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità , mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale » (n. 2). Da questo circolo virtuoso, posto dal Papa a fondamento, di tutta la struttura dell’Enciclica, è possibile un discorso etico autenticamente adeguato alla realtà umana: « Per questo stretto collegamento con la verità , la carità può essere riconosciuta come espressione autentica di umanità e come elemento di fondamentale importanza nelle relazioni umane, anche di natura pubblica. Solo nella verità la carità risplende e può essere vissuta. La verità è la luce che dà senso e valore alla carità … Perché piena di verità , la carità può essere dall’uomo compresa nella sua ricchezza di valore, condivisa e comunicata. La verità , infatti, è '' logos '' che crea '' dià -logos '' e quindi comunicazione e comunione. La verità , facendo uscire gli uomini dalle opinioni e dalle sensazioni soggettive, consente loro … di incontrarsi nella valutazione del valore e della sostanza delle cose. La verità apre e unisce le intelligenze nel logos dell’amore » (nn.3-4). E’ su questa solida base rocciosa che si innesta la dottrina sociale della Chiesa come contributo di principi e criteri di scelta concreta perché il soggetto umano e la comunità mondiale di tutti gli uomini, siano favoriti nella loro crescita umana integrale: « La carità è amore ricevuto e donato … A questa dinamica di carità ricevuta e donata risponde la dottrina sociale della Chiesa … Tale dottrina è servizio della carità , ma nella verità . La verità preserva ed esprime la forza di liberazione della carità nelle vicende sempre nuove della storia … Senza verità , senza fiducia e amore per il vero, non c’è coscienza e responsabilità sociale, e l’agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere, con effetti disgregatori sulla società , tanto più in una società in via di globalizzazione, in momenti difficili come quelli attuali. '' Caritas in Veritate '' è … un principio che prende forma operativa in criteri orientativi dell’azione morale » (nn.5-6). Ora, i criteri operativi di una simile visione sono prospettate con molto realismo e precisione dall’Enciclica, essi sono due: la giustizia e il bene comune. La giustizia si attua amando coi fatti e nella verità . Amore è atto concreto in favore del bene di uno o di tutti e adoperarsi efficacemente perché si realizzi (cfr n. 6). Dunque c’è il bene di una persona e c’è un bene legato alla comunità degli uomini. Amare efficacemente il vivere sociale delle persone significa adoperarsi per il bene comune. Grazie al bene comune, la carità acquista una dimensione sociale, « è questa – dice l’Enciclica – la via istituzionale… della carità » (cfr n. 7). Per concludere: l’Enciclica '' Caritas in Veritate '' rappresenta un punto di riferimento non solo per i credenti, ma per tutti coloro che nutrono un’autentica speranza per l’uomo e per il mondo. N.B. Intendo ritornare su questo documento prendendo in considerazione gli aspetti significativi anche per la nostra realtà (meridionale e acerrana).
don Giorgio Capelli














