L'opera dei pupi

Dal libro "Un Paese così" di Bartolo Stellato edito dalla Casa Editrice Sansone
L’opera dei pupi, questo teatro sul viale del tramonto, mi rimanda coi ricordi al cinema muto, ma non so spiegarmi quale legame li unisca, forse perché, assistendo al primo, riassaporavo la grazia e l’innocenza di un’età , a cui ognuno di noi è tenacemente avvinto. Ma altri piaceri mi derivano dal cinema muto, per esempio la soddisfazione, che provavo nel sentirmi utile agli altri con la mia istruzione, dalla quale cominciavo a ricavare anche qualche profitto materiale. Ogni sabato sera un gruppo di quattro operai veniva a prelevarmi a casa, per condurmi al cinema Mi pagavano il biglietto e mi offrivano anche qualche caramella, perché leggessi loro le didascalie della pellicola. Essi erano tutti analfabeti; così la mia voce si univa al coro di tanti altri, che facevano sembrare la sala una chiesa piena di fedeli, che recitassero insieme il rosario. Sistemato al centro di una fila di sedie, con due operai alla mia destra e altri due alla sinistra, trasformavo le lettere dello schermo in parole e sospiri, che tanto intenerivano i miei vicini. E dovevano ritenere insostituibile la mia funzione, perché, quando mi riaccompagnavano a casa, non sapevano come esprimermi la loro riconoscenza e mi lasciavano solo dopo avermi strappato la promessa che sarei andato con loro anche il sabato successivo. Il teatro dell’opera dei pupi ora raccoglie pochi cultori e tocca poche piazze, poste soprattutto nel sud dell’Italia. Eppure godeva una volta di largo seguito negli strati popolari, che trovavano poco accessibile alla loro scarsa cultura il teatro ufficiale e realizzavano lo stesso la loro catarsi nell’assistere ad avventure crude e sanguinarie, illuminate però dal senso dell’onore e della fedeltà a rigide norme di comportamento. Non voglio sapere se questo teatro sia nato sulle rive del Nilo o del Gange o su quelle del Fiume Giallo o del Fiume azzurro; mi accontento di credere che esso, come tante altre belle o brutte cose, ci sia venuto dalla Spagna e si sia diffuso nei territori che essa dominò, a cominciare dai primi del cinquecento. Non mi interessa conoscere nemmeno le evoluzioni e gli sviluppi, che subì da allora ai miei tempi, quando in me ragazzo, come in tanti altri, esso appariva come l’epopea dei coltelli e delle pistole, quella dei briganti di strada maestra, che toglievano ai ricchi per donare ai poveri, che tenevano in non cale la legge ufficiale e si affidavano al loro codice d’onore, non meno ricco di commi e capoversi del Codice Rocco. Quella insomma che scendeva dalle foreste di Sherwood alla Romagna solatia del “ passator cortese”, fino ai contrafforti della Maiella o della piana di Caiazzo, per celebrare le imprese di Tore ‘e Criscienzo, Angelo Bellomunno e Carminiello Malafercola. Da tempo covavo nel cuore il desiderio di rivedere questo teatro; l’occasione me la offrì mio figlio, che avendo visto incollato sul muro un manifesto sgargiante, pieno di biechi figuri, che brandivano schioppi e draghinasse, mi disse in tono perentorio: “ Papà, andiamo a vederlo “. “ Certamente “, dissi in tono altrettanto deciso, accondiscendendo non tanto a lui, quanto a me stesso. Assicuratomi dell’ora e del giorno dello spettacolo, il pomeriggio di un sabato, trascinato per mano dal mio rampollo, entrai nel cortile di un antico palazzo, non distante da casa mia, che fungeva da sala. Il cortile era già pieno a metà di spettatori. In fondo ad esso, a ridosso di un’inferriata arrugginita, era stato eretto un piccolo palco, chiuso da un sipario rosso. Da dietro proveniva un confuso rumore di ferraglia. Presi posto in una delle ultime file di sedie, per essere pronto ad uscire, senza dare troppo fastidio, nel caso mio figlio, come temevo, non gradisse lo spettacolo. Per quanto fossi in un punto defilato e mi fossi mosso con discrezione, non evitai di essere notato; poco dopo gli occhi di tutti erano rivolti verso di me. “ Che ci facevo in quel luogo ? “, mi dicevano tanti sguardi stupiti. “ Che ne capivo io di ‘ zumpate ‘, di coltelli o rasoi roteanti come fulmini, o di revolver usati con mira infallibile ? “. Dalle mie mani delicate come quelle di un prete e dal mio viso pallido come raggio di luna, si vedeva lontano un miglio che ero un volgare “ suga- inchiostro “. Tuttavia mi fecero cortesemente largo e si accertarono che mi fosse lasciato sufficiente spazio per le escandescenze di mio figlio, che già si era mostrato irrequieto e ribelle. Mi avvolsero in un cumulo di gentilezze: i “ per piacere “, “ scusate “, “ fatemi la cortesia “, “ col vostro permesso “, si sprecavano. Quale differenza col pubblico del cinema, becero, rozzo, chiassoso ! Lì bastava, fra l’altro, che sullo schermo due giovani di sesso diverso si sfiorassero con la bocca, perché si scatenasse il putiferio: fischi, urla, gestacci, figurazioni plastiche, da parte degli spettatori, di ciò che essi avrebbero fatto al posto degli attori.. Qui, a paragone, si respirava un’aria da ritiro di perseveranza; un parlottare sommesso di vecchi gentiluomini, occupati a discutere di alta politica. Non una espressione men che castigata, non una voce su di tono. A un certo momento, senza alcun preavviso, una voce fuori campo annunziò solennemente: “Questa sera si narrano le imprese del capo-brigante Michelangelo Palomba , che sfugge a un agguato tesogli dal suo luogotenente Pasquale Vuozzo, lo sfida a singolar tenzone, lo uccide e lo punisce del suo tradimento “. La rappresentazione cominciò subito. La storia, interpretata da pochi personaggi, come una tragedia greca, era un susseguirsi di scene granguignolesche : duelli e conseguenti ammazzamenti in serie e con ogni arma tenevano gli animi sospesi: me ne accorgevo dalla spasmodica attenzione con cui gli spettatori seguivano lo svolgimento dei fatti. Frammisti al frastuono dei brandi cozzanti le grida, gli improperi, le imprecazioni degli attori nascosti salivano alle stelle. Intanto il crepuscolo stingeva i colori sfavillanti delle vesti e delle armature. Guardai alla mia destra; tutto preso dallo spettacolo m’ero dimenticato di mio figlio. Credevo che non gli dovesse sorridere l’idea di stare quieto per qualche ora, lui che non riusciva a rimaner fermo per pochi minuti. Invece stava immobile, col viso fisso alle sequele di violenza e di morte. Chissà cosa gli passava per la testolina! Tentai una carezza, ma egli scostò subito la mia mano. Osservai gli altri spettatori: una successione di teste serie e silenziose; non uno scricchiolio di sedie, non un colpo di tosse: solo il brillio prolungato delle sigarette aspirate a pieni polmoni rivelava la loro tesa partecipazione. Quando la turbinosa vicenda si chiuse e si fu accesa una fioca luce a fianco del palco, lessi sul volto di tutti una grande soddisfazione: giustizia era fatta. Potevano andare a dormire tranquilli, chè nel mondo non avrebbero mai prevalso i malvagi e i traditori. Anch’io mi sentivo sereno, cullato in un sogno di giustizia naturale e primitiva, mentre, facendomi largo fra i gruppetti che si attardavano a commentare, raggiungevo il mio rampollo, che, scavalcate d’impeto una mezza dozzina di sedie, mi attendeva impaziente presso l’uscita.
Bartolo Stellato
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