Domenica, Maggio 20, 2012
   
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Nordest, laboratorio del terrore in Italia

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Il libro di Giovanni Fasanella e Monica Zornetta ricostruisce le radici del fenomeno sul territorio, dall’eredità di Salò alle Brigate Rosse.

Gli attentati in Alto Adige e la lotta armata nelle università di Trento e Padova, le nuove Br e il neonazismo da stadio.

Il Nordest come laboratorio d'Italia del terrorismo, quello nero e quello rosso. Il giorno in cui con la strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) l'Italia ingenua del dopo miracolo economico perse l'innocenza, esplosero bombe fabbricate a Nordest. E quando all'alba degli Anni Ottanta le Brigate Rosse in fuga si spostarono, scelsero Mestre, nel cuore del Nordest, per seminare la morte. Tre volte di fila.
Nordest della notte dei fuochi, degli attentati al tritolo in Alto Adige, della lotta armata nelle università da Trento a Padova, delle complicità nel Petrolchimico di Porto Marghera. Nordest delle nuove Br nel Padovano e del neonazismo che s'allarga alle curve degli stadi e uccide per una sigaretta.
Su questo sfondo si colloca "Terrore a Nordest" (Rizzoli, 10 euro) in libreria, di Giovanni Fasanella e Monica Zornetta. Il primo è un inviato di Panorama, autore di libri sugli anni di piombo; la seconda ha scritto per il Gazzettino e si è fatta notare per un saggio sulla penetrazione delle mafie nel Veneto. Insieme provano a spiegare come il terrorismo in queste regioni abbia radici che risalgono agli anni della guerra, tra il nazifascismo di Salò e la guerra civile in zone dove niente è stato risparmiato. E da quel passato emergono personaggi che hanno inquinato il presente. Il "principe nero" Junio Valerio Borghese che portò l'orrore con la sua X Mas e che accarezzò il suo sogno insurrezionale col golpe fallito. Il comunista triestino Vittorio Vidali, detto il "comandante Carlos", sospettato di aver provato a fare da cerniera tra la rivoluzione e il terrorismo rosso. In mezzo il confine diventato il più delicato d'Italia negli anni della "guerra fredda", la porta tra un Occidente filoamericano e un Est europeo filo sovietico. Ancora: i "gladiatori" finanziati dalla Cia, i neofascisti, i servizi segreti di Est e Ovest, la strategia della tensione. Oggi al terrorismo più tradizionale s'affianca quello internazionale, anche il nuovo derivato dall'integralismo islamico, anche il collegamento tra terrorismi e la criminalità organizzata. E si scopre la curva degli stadi come punto d'aggregazione dei nuovi orrori, della cultura che cresce prima nell'indifferenza, poi talvolta nelle complicità non più nascoste. Non a caso l'inizio di "Terrore a Nordest" è un delitto consumato qualche mese fa, a maggio, a Verona, quando cinque giovani neonazisti uccisero un operaio, Nicola Tommasoli, perché rifiutò loro una sigaretta. Gli autori sottolineano come le autorità si siano affrettate a definire il delitto prima "una lite per futili motivi", poi siano state attente a non collegarlo a motivi politici o alla discriminazione razziale. Ma i cinque giovanissimi assassini risultato tutti aderenti a formazioni neonaziste, hanno completato il loro addestramento negli scontri sulle curva dello stadio Bentegodi. La forma è quella del branco, in tanti per pestare con furore chiunque e che "sporca l'immagine di Verona, città di classe".

Questo è il presente col quale fare i conti. Il passato parte da lontano, dalla strage di Porzs dove in una malga sotto la neve si consumò nel febbraio del 1945 uno dei crimini più nefandi della guerra di resistenza. Qui si scontrarono le anime della Resistenza che s'interrogavano sul futuro del Friuli: italiano o sloveno? La strage è vista come l'inizio di tensioni che attraverseranno il dopoguerra. Nel libro i personaggi sfilano col loro ingombrante peso storico caricato dei sospetti accumulati negli anni.
Concludono il saggio due parti essenziali: la prima è la cronologia esauriente di quanto è accaduto a Nordest dal gennaio 1919 ad oggi. Poi c'è l'elenco in ordine alfabetico dei protagonisti del terrorismo: da Marco Affatigato, di Ordine Nuovo, che ha collaborato con i servizi segreti di mezzo mondo; al veneto Delfo Zorzi, anch'egli di Ordine Nuovo, fuggito in Giappone per evitare il carcere. È stato condannato all'ergastolo e poi assolto per la strage di Piazza Fontana; è imputato per la strage di Brescia del 1974. A scorrere l'elenco, si scopre la faccia terribile del Nordest, fatta di terroristi, ma soprattutto di vittime. E a seguire gli anni, si scopre in particolare il 1981: aperto da Giusva Fioravanti che di notte, a Padova, dal bordo di un canale uccide due carabinieri; attraversato dalle Br che a Mestre rapiscono e uccidono Giuseppe Taliercio; chiuso dalle Br che a Verona sequestrano un generale americano. Siamo stati anche questo.
C'è nel libro un sospetto non nuovo al quale gli autori provano a dare consistenza con i documenti. Riguarda un personaggio dalla vita avventurosa come Vittorio Vidali, uno che fu negli Usa al tempo di Sacco e Vanzetti, nella Russia staliniana, nel Messico di Tina Modotti e di Trosckij (qualcuno disse che era tra gli assassini), poi nella guerra di Spagna, in collegamento con i servizi segreti sovietici, nella resistenza al confine orientale, nel Parlamento come deputato del Pci. Si racconta dei suoi colloqui coll'editore Giangiacomo Feltrinelli che inseguiva la rivoluzione e morì dilaniato sotto un traliccio della luce dalla bomba che aveva costruito. Gli autori citano la trascrizione di intercettazioni raccolte nel carcere di massima sicurezza dell'Asinara: brigatisti raccontano di non essere stati loro a interrogare Moro, c'era sempre qualcuno che chiamavano "Il Vecio". Cose già dette e non provate, anche perché - sostengono gli autori - certe accuse non sono state prese in considerazione nemmeno dalla Commissione parlamentare. Quasi che si volessero indirizzare le indagini su una strada precisa. Vidali è morto nel novembre 1983 e i segreti li ha portati con sè. Compreso quello sul "grande vecchio".

Ma non è ancora finita a Nordest.

Edoardo Pittalis

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