L'opera dei pupi
Mercoledì 25 Novembre 2009 09:36

Dal libro "Un Paese così" di Bartolo Stellato edito dalla Casa Editrice Sansone
L’opera dei pupi, questo teatro sul viale del tramonto, mi rimanda coi ricordi al cinema muto, ma non so spiegarmi quale legame li unisca, forse perché, assistendo al primo, riassaporavo la grazia e l’innocenza di un’età , a cui ognuno di noi è tenacemente avvinto. Ma altri piaceri mi derivano dal cinema muto, per esempio la soddisfazione, che provavo nel sentirmi utile agli altri con la mia istruzione, dalla quale cominciavo a ricavare anche qualche profitto materiale. Ogni sabato sera un gruppo di quattro operai veniva a prelevarmi a casa, per condurmi al cinema Mi pagavano il biglietto e mi offrivano anche qualche caramella, perché leggessi loro le didascalie della pellicola. Essi erano tutti analfabeti; così la mia voce si univa al coro di tanti altri, che facevano sembrare la sala una chiesa piena di fedeli, che recitassero insieme il rosario. Sistemato al centro di una fila di sedie, con due operai alla mia destra e altri due alla sinistra, trasformavo le lettere dello schermo in parole e sospiri, che tanto intenerivano i miei vicini. E dovevano ritenere insostituibile la mia funzione, perché, quando mi riaccompagnavano a casa, non sapevano come esprimermi la loro riconoscenza e mi lasciavano solo dopo avermi strappato la promessa che sarei andato con loro anche il sabato successivo. Il teatro dell’opera dei pupi ora raccoglie pochi cultori e tocca poche piazze, poste soprattutto nel sud dell’Italia. Eppure godeva una volta di largo seguito negli strati popolari, che trovavano poco accessibile alla loro scarsa cultura il teatro ufficiale e realizzavano lo stesso la loro catarsi nell’assistere ad avventure crude e sanguinarie, illuminate però dal senso dell’onore e della fedeltà a rigide norme di comportamento. Non voglio sapere se questo teatro sia nato sulle rive del Nilo o del Gange o su quelle del Fiume Giallo o del Fiume azzurro; mi accontento di credere che esso, come tante altre belle o brutte cose, ci sia venuto dalla Spagna e si sia diffuso nei territori che essa dominò, a cominciare dai primi del cinquecento. Non mi interessa conoscere nemmeno le evoluzioni e gli sviluppi, che subì da allora ai miei tempi, quando in me ragazzo, come in tanti altri, esso appariva come l’epopea dei coltelli e delle pistole, quella dei briganti di strada maestra, che toglievano ai ricchi per donare ai poveri, che tenevano in non cale la legge ufficiale e si affidavano al loro codice d’onore, non meno ricco di commi e capoversi del Codice Rocco. Quella insomma che scendeva dalle foreste di Sherwood alla Romagna solatia del “ passator cortese”, fino ai contrafforti della Maiella o della piana di Caiazzo, per celebrare le imprese di Tore ‘e Criscienzo, Angelo Bellomunno e Carminiello Malafercola. Da tempo covavo nel cuore il desiderio di rivedere questo teatro; l’occasione me la offrì mio figlio, che avendo visto incollato sul muro un manifesto sgargiante, pieno di biechi figuri, che brandivano schioppi e draghinasse, mi disse in tono perentorio: “ Papà, andiamo a vederlo “. “ Certamente “, dissi in tono altrettanto deciso, accondiscendendo non tanto a lui, quanto a me stesso. Assicuratomi dell’ora e del giorno dello spettacolo, il pomeriggio di un sabato, trascinato per mano dal mio rampollo, entrai nel cortile di un antico palazzo, non distante da casa mia, che fungeva da sala. Il cortile era già pieno a metà di spettatori. In fondo ad esso, a ridosso di un’inferriata arrugginita, era stato eretto un piccolo palco, chiuso da un sipario rosso. Da dietro proveniva un confuso rumore di ferraglia. Presi posto in una delle ultime file di sedie, per essere pronto ad uscire, senza dare troppo fastidio, nel caso mio figlio, come temevo, non gradisse lo spettacolo. Per quanto fossi in un punto defilato e mi fossi mosso con discrezione, non evitai di essere notato; poco dopo gli occhi di tutti erano rivolti verso di me. “ Che ci facevo in quel luogo ? “, mi dicevano tanti sguardi stupiti. “ Che ne capivo io di ‘ zumpate ‘, di coltelli o rasoi roteanti come fulmini, o di revolver usati con mira infallibile ? “. Dalle mie mani delicate come quelle di un prete e dal mio viso pallido come raggio di luna, si vedeva lontano un miglio che ero un volgare “ suga- inchiostro “. Tuttavia mi fecero cortesemente largo e si accertarono che mi fosse lasciato sufficiente spazio per le escandescenze di mio figlio, che già si era mostrato irrequieto e ribelle. Mi avvolsero in un cumulo di gentilezze: i “ per piacere “, “ scusate “, “ fatemi la cortesia “, “ col vostro permesso “, si sprecavano. Quale differenza col pubblico del cinema, becero, rozzo, chiassoso ! Lì bastava, fra l’altro, che sullo schermo due giovani di sesso diverso si sfiorassero con la bocca, perché si scatenasse il putiferio: fischi, urla, gestacci, figurazioni plastiche, da parte degli spettatori, di ciò che essi avrebbero fatto al posto degli attori.. Qui, a paragone, si respirava un’aria da ritiro di perseveranza; un parlottare sommesso di vecchi gentiluomini, occupati a discutere di alta politica. Non una espressione men che castigata, non una voce su di tono. A un certo momento, senza alcun preavviso, una voce fuori campo annunziò solennemente: “Questa sera si narrano le imprese del capo-brigante Michelangelo Palomba , che sfugge a un agguato tesogli dal suo luogotenente Pasquale Vuozzo, lo sfida a singolar tenzone, lo uccide e lo punisce del suo tradimento “. La rappresentazione cominciò subito. La storia, interpretata da pochi personaggi, come una tragedia greca, era un susseguirsi di scene granguignolesche : duelli e conseguenti ammazzamenti in serie e con ogni arma tenevano gli animi sospesi: me ne accorgevo dalla spasmodica attenzione con cui gli spettatori seguivano lo svolgimento dei fatti. Frammisti al frastuono dei brandi cozzanti le grida, gli improperi, le imprecazioni degli attori nascosti salivano alle stelle. Intanto il crepuscolo stingeva i colori sfavillanti delle vesti e delle armature. Guardai alla mia destra; tutto preso dallo spettacolo m’ero dimenticato di mio figlio. Credevo che non gli dovesse sorridere l’idea di stare quieto per qualche ora, lui che non riusciva a rimaner fermo per pochi minuti. Invece stava immobile, col viso fisso alle sequele di violenza e di morte. Chissà cosa gli passava per la testolina! Tentai una carezza, ma egli scostò subito la mia mano. Osservai gli altri spettatori: una successione di teste serie e silenziose; non uno scricchiolio di sedie, non un colpo di tosse: solo il brillio prolungato delle sigarette aspirate a pieni polmoni rivelava la loro tesa partecipazione. Quando la turbinosa vicenda si chiuse e si fu accesa una fioca luce a fianco del palco, lessi sul volto di tutti una grande soddisfazione: giustizia era fatta. Potevano andare a dormire tranquilli, chè nel mondo non avrebbero mai prevalso i malvagi e i traditori. Anch’io mi sentivo sereno, cullato in un sogno di giustizia naturale e primitiva, mentre, facendomi largo fra i gruppetti che si attardavano a commentare, raggiungevo il mio rampollo, che, scavalcate d’impeto una mezza dozzina di sedie, mi attendeva impaziente presso l’uscita.
Bartolo Stellato
Crisi dell'educazione
Mercoledì 25 Novembre 2009 09:36

«Che cosa siamo noi, papà?». Elementi decisivi per una diagnosi della crisi dell’educazione .
Mai come oggi, l’ambiente, inteso come clima mentale e modo di vita, ha avuto a disposizione strumenti di così dispotica invasione delle coscienze. Oggi più che mai, l’educatore, o il diseducatore sovrano, è l’ambiente, con tutte le sue forme espressive. Perciò la crisi degli educatori si profila in primo luogo come inconsapevolezza che rende gli educatori stessi collaboratori spesso incoscienti delle deficienze dell’ambiente, e, in secondo luogo, come mancata vitalità nell’atteggiamento educativo che non li fa combattere con sufficiente energia le negatività dell’ambiente, attestandosi invece su posizioni di compromesso, di comodo, formalistiche, piuttosto che impegnarsi a rinnovare se stessi e l’ambiente con spirito creativo e indomito, adeguato alla nuova lotta. La carenza educativa, espressiva della situazione attuale, si può ricondurre a due assenze: assenza di reali convinzioni e assenza di eticità. Osserviamo da vicino queste due assenze. I° - Assenza di convinzioni L’assenza di convinzione da parte dei responsabili dell’educazione si evince dall’incapacità di adempiere al compito di introdurre alla conoscenza della realtà. E’ questa una gravissima deficienza: non saper offrire l’aiuto adeguato a compiere l’esperienza della conoscenza della realtà, l’esperienza della conoscenza della verità di tutte le cose, l’esperienza della verità del reale nella sua totalità. Questa mancanza implica due aspetti: innanzitutto l’assenza di un aiuto per la scoperta di una ipotesi esplicativa unitaria; in secondo luogo l’assenza di un riferimento ad un impegno esistenziale, unica possibilità di verifica della validità dell’ipotesi esplicativa unitaria scoperta. a) Innanzitutto, abbiamo detto, la mancanza di una ipotesi adeguata per la conoscenza della realtà nella sua totalità. La predominante analiticità nell’accostare la realtà, smonta tutto in cento pezzi, e così l’insieme, l’unità, la sintesi, si smarriscono: certamente si ha di fronte agli occhi tutta la realtà, ma manca l’idea sintetica per ricostruirla e, soprattutto, manca una guida che aiuti a scoprire quel senso unitario delle cose, senza del quale si vive una dissociazione, più o meno cosciente, ma sempre logorante. Una delle ambiguità più nemiche del sereno e solido sviluppo della coscienza, è la classica affermazione del laicismo contemporaneo secondo cui la visione unitaria del reale, il significato sintetico, devono emergere spontanei allo spirito dell’individuo nel confronto, come dicono, libero e oggettivo. Così, in nome di una presunta libertà che in verità è solo una voluta assenza di riferimenti se non a se stessi (soggettivismo), e in nome di una presunta oggettività che in verità è affermazione del particolare nella volontà di negare l’universale (relativismo), si propugna un metodo di conoscenza del reale che annulla la necessità di fare riferimento alla realtà con uno sguardo sintetico-unitario. Nulla è più contrario al metodo della realtà, nella quale l’uomo si trova per natura in una posizione di grande positività, che lo fa incontrare e paragonare con tutto. E’ questa positività originale che si deve svolgere. A partire da questa consapevolezza di sé, quella affermazione laicista è gravemente ambigua, proprio perché un vero confronto esige una consapevolezza di sé, uno sviluppo intenso di quell’ipotesi originaria che ci costituisce. Senza di questa, l’individuo non giudica per confronto, ma si abbandona ad una reazione istintiva emotiva sentimentale del tipo: «mi piace», «mi va o non mi va» etc.. Qualsiasi ricerca deve svilupparsi da una ipotesi, e mentre questo è stato così ben scoperto per gli astri e le stelle etc., viene invece spesso dimenticato per la natura umana. Se in qualcuno si accende questa ipotesi, è profondamente umano offrirla agli altri, l’aderirvi come a luce nell’avventura del proprio cammino è la prima intelligenza e la saggezza di colui al quale viene data. Per i cristiani l’assenza di una ipotesi come criterio esplicativo unitario, implica l’assenza della figura di Cristo come chiave di volta di tutto il reale. b) Il secondo aspetto mancante, per un autentico sviluppo della nostra consapevolezza della realtà, è l’impegno esistenziale, come condizione inevitabile per una genuina esperienza di verità e, quindi, per una convinzione. Non si può capire la realtà se non «ci si sta». Anche l’evidenza più geniale non diviene convinzione, se l’io non familiarizza con l’oggetto, se non si apre con attenzione e con pazienza all’oggetto, non gli dà del tempo, non convive con esso: cioè non lo ama. La mentalità moderna induce a conoscere le cose fino ad una misura gradita, e poi basta. Per cui la realtà è affrontata come spunto per affermare proprie preoccupazioni, propri schemi (ideologia), non per essere seguita fedelmente fino in fondo. Per cui, là dove quella esperienza non corrisponde a predeterminate preoccupazioni, il fuoco di fila dei “ma” e dei “se” fa così spesso da copertura a una mancanza di disponibilità e di genuino amore al bene. Poiché occorre una solida adesione all’esistenza per seguire tutta la voce della realtà (non basta una sbrigativa, parziale e ideologica interpretazione di essa), molti si fermano prima ancora di cominciare, e evitare così la fatica dell’impegno serio e leale per conoscerla fino in fondo, se non sono aiutati ad aderire sinceramente all’esistenza. Ma è possibile una medicina a tutto questo? Un mezzo importante, per non gettare la spugna e uscirne sconfitti, che può farci scoprire la vera umanità dell’uomo, la strada che egli deve percorrere per realizzare senza equivoci se stesso, è la cordiale attenzione al positivo, in qualunque modo si proponga. Il lato amaro della situazione è che la strada verso il positivo ci sembra oggi di doverla percorrere da soli, e l’amore che per essa nutriamo, non sempre sa sorreggerci fino alla meta. Manca chi ci indichi la strada e sia un compagno di viaggio nel cammino faticoso della vita. Se volessimo riassumere, dovremmo dire che nell’uomo la convinzione sorge dalla scoperta che l’intelligenza propone come ipotesi unitaria, ma che l’amore verifica nella dedizione all’esistenza. Perciò, per aiutare l’avvenimento della convinzione, un’educazione deve da una parte proporre chiaramente, decisamente, un unitario senso delle cose, e dall’altra instancabilmente spingere l’uomo a confrontare con quel criterio ogni incontro, ad impegnarsi cioè in una personale esperienza, in una verifica esistenziale. Nella vita cristiana questa seconda mancanza si manifesta nel voler capire il mistero di Cristo prima di impegnarsi con Lui. Un errore diffusissimo purtroppo. II° Assenza di eticità Abbiamo detto che la seconda grave carenza è l’assenza di eticità adeguata. L’ambiente è quello che è, e siccome esso penetra e imbeve la coscienza umana, è anche in una energica adeguatezza al rischio morale che potremo trovare speranza, e l’influsso negativo della situazione ambientale può essere qualificato, limitato o addirittura cambiato. Farò solo alcune osservazioni. 1. L’uomo, nel suo agire, ha la coscienza del nesso che passa tra l’emergenza della sua situazione contingente e l’ordine del tutto. La moralità è proprio ciò che stabilisce la posizione di un determinato momento dentro il tutto di cui fa parte. Perciò ogni momento dell’uomo, ogni azione dell’uomo, anche il mangiare e il bere, porta su di sé la responsabilità di una testimonianza ad una determinata concezione del tutto. La prima condizione, quindi, perché un’azione possa essere sollecitata in senso morale, è che la prospettiva in nome della quale essa viene compiuta sia grande come deve essere, sia totale, sia universale. Dunque l’ampiezza, la grandezza del motivo del richiamo morale è la cosa (per i cristiani all’infuori della grazia di Dio) per cui l’uomo riesce a muoversi anche nel particolare con adeguatezza, perché è nella corrispondenza alla struttura naturale che ci si muove verso il particolare, nella misura in cui lo si vede in prospettiva universale; si moralizza l’istante solo perché si ama il tutto, e il desiderio infinito farà segnare di eternità anche le quattro mura di una cella. La prima cosa che lasciamo troppo mancare è dunque proprio questa prospettiva universale come motivo di qualsiasi richiamo etico; infatti, nella mentalità corrente, si ricorre più volentieri ad aspetti volontaristici ed analitici, o si pone come fondamento della moralità la dignità personale e la coerenza con se stessi, senza tener conto che l’unico o fondamentale motivo che può dettare una genuina e potente adesione della volontà è il senso universale del compito di ogni azione umana. 2. L’appello alla tradizione viene formulato in varia guisa; ma deve essere ben chiaro che il vero concetto di tradizione è quello di rappresentare un valore universale da riscoprire in nuove esperienze. Dunque, la storia e l’esistenza hanno un senso che costituisce un valore universale da riscoprire in novità di esperienze. Tale esperienza di scoperta è proprio della crescita, dello sviluppo della coscienza e per questo è proprio del giovane, anzi del «bambino», nel senso di condizione spirituale che rappresenta la libertà, il rischio ed il coraggio della libertà. E questo amore alla libertà fino al disprezzo del rischio non è soltanto una difficoltà enorme per chi deve crescere, ma è soprattutto una preoccupazione che l’educazione deve imparare a superare. 3. Il senso dell’universale genera il senso della comunità. Poche cose sono così ripetute come questa parola e poche cose sono così mal vissute e innanzi tutto mal comprese come questa parola. La comunità è l’unità che nasce dalla convivenza. Nella nostra insistenza organizzativa, noi confondiamo le associazioni (l’associazionismo in genere, sia sociale, sia cattolico etc.) con la comunità; si ritiene cioè erroneamente e spesso si crede fermamente che si possa fare la comunità come convergenza dal di fuori, come un accordo per fare una data cosa. La comunità, proprio perché è confronto di convivenza, è dimensione interiore, è all’origine dei nostri pensieri e delle nostre azioni, altrimenti non è comunità ma calcolo. La comunità è un modo di concepire le cose, è un modo per affrontare il problema dell’esistenza, come quello della storia, dell’amore del lavoro, dello studio etc.. La comunità è insomma un modo con cui io mi accosto a tutte le cose. 4. Mancando il vero concetto o la vera esperienza di comunità, di conseguenza, non si ha il concetto di autorità. Sul piano naturale, l’autorità, l’esperienza dell’autorità, è l’incontro con un esperienza evidentemente più forte della mia, nella quale io mi ritrovo, io scopro me stesso. Ad esempio, il genitore verso il bambino è un esperienza umana evidentemente più potente. Quando noi incontriamo un esperienza genuinamente umana, e umanamente più potente della nostra, noi per forza ci sentiamo affascinati, e sorge il desiderio di sequela, per non farci mancare questa ricchezza di umanità, qui nasce il senso dell’autorità. L’autorità è allora la prova, la strada per l’universalità. L’autorità è quella ipotesi di lavoro, quel criterio di sperimentazione dei valori assoluti, dei valori universali che la tradizione mi dà; l’autorità è l’espressione della convivenza in cui si origina la mia esistenza. Conclusione In conclusione, ho la speranza di avervi offerto ulteriori spunti luminosi lungo i quali si potrebbe muovere una nostra azione educativa.
don Giorgio Capelli














