Crisi dell'educazione
Mercoledì 25 Novembre 2009 09:36

«Che cosa siamo noi, papà?». Elementi decisivi per una diagnosi della crisi dell’educazione .
Mai come oggi, l’ambiente, inteso come clima mentale e modo di vita, ha avuto a disposizione strumenti di così dispotica invasione delle coscienze. Oggi più che mai, l’educatore, o il diseducatore sovrano, è l’ambiente, con tutte le sue forme espressive. Perciò la crisi degli educatori si profila in primo luogo come inconsapevolezza che rende gli educatori stessi collaboratori spesso incoscienti delle deficienze dell’ambiente, e, in secondo luogo, come mancata vitalità nell’atteggiamento educativo che non li fa combattere con sufficiente energia le negatività dell’ambiente, attestandosi invece su posizioni di compromesso, di comodo, formalistiche, piuttosto che impegnarsi a rinnovare se stessi e l’ambiente con spirito creativo e indomito, adeguato alla nuova lotta. La carenza educativa, espressiva della situazione attuale, si può ricondurre a due assenze: assenza di reali convinzioni e assenza di eticità. Osserviamo da vicino queste due assenze. I° - Assenza di convinzioni L’assenza di convinzione da parte dei responsabili dell’educazione si evince dall’incapacità di adempiere al compito di introdurre alla conoscenza della realtà. E’ questa una gravissima deficienza: non saper offrire l’aiuto adeguato a compiere l’esperienza della conoscenza della realtà, l’esperienza della conoscenza della verità di tutte le cose, l’esperienza della verità del reale nella sua totalità. Questa mancanza implica due aspetti: innanzitutto l’assenza di un aiuto per la scoperta di una ipotesi esplicativa unitaria; in secondo luogo l’assenza di un riferimento ad un impegno esistenziale, unica possibilità di verifica della validità dell’ipotesi esplicativa unitaria scoperta. a) Innanzitutto, abbiamo detto, la mancanza di una ipotesi adeguata per la conoscenza della realtà nella sua totalità. La predominante analiticità nell’accostare la realtà, smonta tutto in cento pezzi, e così l’insieme, l’unità, la sintesi, si smarriscono: certamente si ha di fronte agli occhi tutta la realtà, ma manca l’idea sintetica per ricostruirla e, soprattutto, manca una guida che aiuti a scoprire quel senso unitario delle cose, senza del quale si vive una dissociazione, più o meno cosciente, ma sempre logorante. Una delle ambiguità più nemiche del sereno e solido sviluppo della coscienza, è la classica affermazione del laicismo contemporaneo secondo cui la visione unitaria del reale, il significato sintetico, devono emergere spontanei allo spirito dell’individuo nel confronto, come dicono, libero e oggettivo. Così, in nome di una presunta libertà che in verità è solo una voluta assenza di riferimenti se non a se stessi (soggettivismo), e in nome di una presunta oggettività che in verità è affermazione del particolare nella volontà di negare l’universale (relativismo), si propugna un metodo di conoscenza del reale che annulla la necessità di fare riferimento alla realtà con uno sguardo sintetico-unitario. Nulla è più contrario al metodo della realtà, nella quale l’uomo si trova per natura in una posizione di grande positività, che lo fa incontrare e paragonare con tutto. E’ questa positività originale che si deve svolgere. A partire da questa consapevolezza di sé, quella affermazione laicista è gravemente ambigua, proprio perché un vero confronto esige una consapevolezza di sé, uno sviluppo intenso di quell’ipotesi originaria che ci costituisce. Senza di questa, l’individuo non giudica per confronto, ma si abbandona ad una reazione istintiva emotiva sentimentale del tipo: «mi piace», «mi va o non mi va» etc.. Qualsiasi ricerca deve svilupparsi da una ipotesi, e mentre questo è stato così ben scoperto per gli astri e le stelle etc., viene invece spesso dimenticato per la natura umana. Se in qualcuno si accende questa ipotesi, è profondamente umano offrirla agli altri, l’aderirvi come a luce nell’avventura del proprio cammino è la prima intelligenza e la saggezza di colui al quale viene data. Per i cristiani l’assenza di una ipotesi come criterio esplicativo unitario, implica l’assenza della figura di Cristo come chiave di volta di tutto il reale. b) Il secondo aspetto mancante, per un autentico sviluppo della nostra consapevolezza della realtà, è l’impegno esistenziale, come condizione inevitabile per una genuina esperienza di verità e, quindi, per una convinzione. Non si può capire la realtà se non «ci si sta». Anche l’evidenza più geniale non diviene convinzione, se l’io non familiarizza con l’oggetto, se non si apre con attenzione e con pazienza all’oggetto, non gli dà del tempo, non convive con esso: cioè non lo ama. La mentalità moderna induce a conoscere le cose fino ad una misura gradita, e poi basta. Per cui la realtà è affrontata come spunto per affermare proprie preoccupazioni, propri schemi (ideologia), non per essere seguita fedelmente fino in fondo. Per cui, là dove quella esperienza non corrisponde a predeterminate preoccupazioni, il fuoco di fila dei “ma” e dei “se” fa così spesso da copertura a una mancanza di disponibilità e di genuino amore al bene. Poiché occorre una solida adesione all’esistenza per seguire tutta la voce della realtà (non basta una sbrigativa, parziale e ideologica interpretazione di essa), molti si fermano prima ancora di cominciare, e evitare così la fatica dell’impegno serio e leale per conoscerla fino in fondo, se non sono aiutati ad aderire sinceramente all’esistenza. Ma è possibile una medicina a tutto questo? Un mezzo importante, per non gettare la spugna e uscirne sconfitti, che può farci scoprire la vera umanità dell’uomo, la strada che egli deve percorrere per realizzare senza equivoci se stesso, è la cordiale attenzione al positivo, in qualunque modo si proponga. Il lato amaro della situazione è che la strada verso il positivo ci sembra oggi di doverla percorrere da soli, e l’amore che per essa nutriamo, non sempre sa sorreggerci fino alla meta. Manca chi ci indichi la strada e sia un compagno di viaggio nel cammino faticoso della vita. Se volessimo riassumere, dovremmo dire che nell’uomo la convinzione sorge dalla scoperta che l’intelligenza propone come ipotesi unitaria, ma che l’amore verifica nella dedizione all’esistenza. Perciò, per aiutare l’avvenimento della convinzione, un’educazione deve da una parte proporre chiaramente, decisamente, un unitario senso delle cose, e dall’altra instancabilmente spingere l’uomo a confrontare con quel criterio ogni incontro, ad impegnarsi cioè in una personale esperienza, in una verifica esistenziale. Nella vita cristiana questa seconda mancanza si manifesta nel voler capire il mistero di Cristo prima di impegnarsi con Lui. Un errore diffusissimo purtroppo. II° Assenza di eticità Abbiamo detto che la seconda grave carenza è l’assenza di eticità adeguata. L’ambiente è quello che è, e siccome esso penetra e imbeve la coscienza umana, è anche in una energica adeguatezza al rischio morale che potremo trovare speranza, e l’influsso negativo della situazione ambientale può essere qualificato, limitato o addirittura cambiato. Farò solo alcune osservazioni. 1. L’uomo, nel suo agire, ha la coscienza del nesso che passa tra l’emergenza della sua situazione contingente e l’ordine del tutto. La moralità è proprio ciò che stabilisce la posizione di un determinato momento dentro il tutto di cui fa parte. Perciò ogni momento dell’uomo, ogni azione dell’uomo, anche il mangiare e il bere, porta su di sé la responsabilità di una testimonianza ad una determinata concezione del tutto. La prima condizione, quindi, perché un’azione possa essere sollecitata in senso morale, è che la prospettiva in nome della quale essa viene compiuta sia grande come deve essere, sia totale, sia universale. Dunque l’ampiezza, la grandezza del motivo del richiamo morale è la cosa (per i cristiani all’infuori della grazia di Dio) per cui l’uomo riesce a muoversi anche nel particolare con adeguatezza, perché è nella corrispondenza alla struttura naturale che ci si muove verso il particolare, nella misura in cui lo si vede in prospettiva universale; si moralizza l’istante solo perché si ama il tutto, e il desiderio infinito farà segnare di eternità anche le quattro mura di una cella. La prima cosa che lasciamo troppo mancare è dunque proprio questa prospettiva universale come motivo di qualsiasi richiamo etico; infatti, nella mentalità corrente, si ricorre più volentieri ad aspetti volontaristici ed analitici, o si pone come fondamento della moralità la dignità personale e la coerenza con se stessi, senza tener conto che l’unico o fondamentale motivo che può dettare una genuina e potente adesione della volontà è il senso universale del compito di ogni azione umana. 2. L’appello alla tradizione viene formulato in varia guisa; ma deve essere ben chiaro che il vero concetto di tradizione è quello di rappresentare un valore universale da riscoprire in nuove esperienze. Dunque, la storia e l’esistenza hanno un senso che costituisce un valore universale da riscoprire in novità di esperienze. Tale esperienza di scoperta è proprio della crescita, dello sviluppo della coscienza e per questo è proprio del giovane, anzi del «bambino», nel senso di condizione spirituale che rappresenta la libertà, il rischio ed il coraggio della libertà. E questo amore alla libertà fino al disprezzo del rischio non è soltanto una difficoltà enorme per chi deve crescere, ma è soprattutto una preoccupazione che l’educazione deve imparare a superare. 3. Il senso dell’universale genera il senso della comunità. Poche cose sono così ripetute come questa parola e poche cose sono così mal vissute e innanzi tutto mal comprese come questa parola. La comunità è l’unità che nasce dalla convivenza. Nella nostra insistenza organizzativa, noi confondiamo le associazioni (l’associazionismo in genere, sia sociale, sia cattolico etc.) con la comunità; si ritiene cioè erroneamente e spesso si crede fermamente che si possa fare la comunità come convergenza dal di fuori, come un accordo per fare una data cosa. La comunità, proprio perché è confronto di convivenza, è dimensione interiore, è all’origine dei nostri pensieri e delle nostre azioni, altrimenti non è comunità ma calcolo. La comunità è un modo di concepire le cose, è un modo per affrontare il problema dell’esistenza, come quello della storia, dell’amore del lavoro, dello studio etc.. La comunità è insomma un modo con cui io mi accosto a tutte le cose. 4. Mancando il vero concetto o la vera esperienza di comunità, di conseguenza, non si ha il concetto di autorità. Sul piano naturale, l’autorità, l’esperienza dell’autorità, è l’incontro con un esperienza evidentemente più forte della mia, nella quale io mi ritrovo, io scopro me stesso. Ad esempio, il genitore verso il bambino è un esperienza umana evidentemente più potente. Quando noi incontriamo un esperienza genuinamente umana, e umanamente più potente della nostra, noi per forza ci sentiamo affascinati, e sorge il desiderio di sequela, per non farci mancare questa ricchezza di umanità, qui nasce il senso dell’autorità. L’autorità è allora la prova, la strada per l’universalità. L’autorità è quella ipotesi di lavoro, quel criterio di sperimentazione dei valori assoluti, dei valori universali che la tradizione mi dà; l’autorità è l’espressione della convivenza in cui si origina la mia esistenza. Conclusione In conclusione, ho la speranza di avervi offerto ulteriori spunti luminosi lungo i quali si potrebbe muovere una nostra azione educativa.
don Giorgio Capelli
La due giorni di Acerra in vetrina
Mercoledì 25 Novembre 2009 08:00

Acerra. "La Provincia di Napoli in vetrina" ha fatto tappa ad Acerra.
“Una manifestazione che collega commercio e turismo, con l’obiettivo di valorizzare tutte le diversità che il territorio esprime”. Le parole con cui Maurizio Maddaloni, presidente di Confcommercio regionale, commenta il taglio del nastro di inaugurazione, racchiudono al meglio il senso della “mostra mercato” allestita in piazza Castello, il 24 e 25 ottobre scorsi. Si tratta della tappa ad Acerra di “La Provincia di Napoli in Vetrina”, un’ iniziativa più ampia che, tra ottobre e novembre, ha interessato, oltre che Acerra, anche Casoria, Forio d’Ischia, Sorrento e Marano. “Provincia in Vetrina” vuole essere proprio una “vetrina”, allestita da ASCOM Confcommercio e Camera di Commercio, in cui gli operatori commerciali locali propongono i propri prodotti, le “energie positive”che il territorio offre: i prodotti eno-gastronomici la fanno da padroni, ma c’è spazio anche per la cultura, la cura del corpo, l’abbigliamento. La formula dell’evento è stata grossomodo la stessa in ogni località: stand in piazza associati ad animazione e spettacoli di vario tipo; ma è stata la natura stessa della manifestazione, così incentrata sulla territorialità, a rendere ogni tappa unica, “tipica”, appunto. La mattina del 24 ottobre, ad Acerra, la manifestazione è stata inaugurata da alcune personalità, a testimonianza dei vari contributi che hanno reso possibile ad Acerra una tappa della manifestazione. Mario Esposito, coordinatore ASCOM locale, ha presentato la natura e lo spirito di “La Provincia in Vetrina”, convinto che iniziative del genere siano uno strumento significativo per “capire la piazza, le necessità concrete delle persone”, e che “ il modello della mostra-mercato possa essere efficace per contrastare la concorrenza selvaggia dei centri commerciali”. Chiarisce l’obiettivo anche il sopraccitato Maddaloni, che vede nell’iniziativa anche “un’occasione per infondere quell’ottimismo e quella vitalità che rendono creativo e dinamico il commercio”. Accorato l’intervento del Vescovo Rinaldi, “felice di veder esaltate le tradizioni di una città dalla grande storia, che ha sempre dato sfoggio dei propri prodotti agricoli, mandati in crisi dalle drammatiche condizioni ambientali che ci coinvolgono”. Presente all’inaugurazione anche il sindaco Tommaso Esposito, a testimoniare l’appoggio (a quanto pare solo “morale”, però…) dato dal Comune alla manifestazione: “stamattina nasce ad Acerra un centro commerciale naturale, dove finalmente si realizza la filiera corta delle nostre tipicità, tra le quali tengo particolarmente allo stoccafisso e al baccalà, “importati” sul nostro territorio dalla famiglia Esposito […] che ringraziamo anche per l’impegno profuso ogni giorno per provare a costruire attorno al loro commercio un’ “oasi”, consci di non operare nel deserto, ma di essere parte attiva della città di Acerra. Il taglio del nastro per dare l’avvio ufficiale alla manifestazione è stato fatto da una anziana commerciante di Acerra, la signora Rosa Fico. “Provincia in Vetrina” è il primo significativo tassello per iniziare a costruire una realtà concreta”. Ma, accantonando per un momento le giuste, ma anche molto vaghe e aleatorie, aspettative all’orizzonte, abbassiamo lo sguardo sul presente,e proviamo a tirare le somme di ”La Provincia di Napoli in Vetrina”. Si può dire che durante due giorni di iniziativa, la partecipazione non è mancata. Ha attratto l’attenzione anche la partecipazione, nella serata del 25, del cabarettista Fabio Brescia, nell’ambito dell’adesione di Radio Marte alla kermesse; l’emittente ha anche dedicato alcune ore di programmazione al collegamento con Acerra. Probabilmente a causa della scarsa pubblicizzazione, la piazza era molto più affollata domenica 25, dopo che l’evento aveva fatto parlare di sé dal giorno prima. Non resta quindi che al Sindaco Esposito e all’Amministrazione prendere nota delle cose da migliorare (perché no, leggendo le nostre mini-interviste) per affiancare i commercianti (magari, in futuro, anche “materialmente”) nella realizzazione concreta di un “centro commerciale naturale”; in modo da far diventare iniziative sporadiche come “Provincia in Vetrina” un appuntamento fisso per la città di Acerra.
Stefano Petrella














