Domenica, Maggio 20, 2012
   
Testo

Rubati i carciofi della Locanda.

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Rubati i carciofi della Locanda.

Nella notte tra il 16 ed il 17 aprile, il campo di carciofi della Locanda è stato invaso dai ladri.
Rete metallica squarciata, le belle piante di carciofi strappate.
I ladri sono arrivati per la strada della Locanda: quella strada ormai invasa da tutti.
Spacciatori, ladri, contadini senza autorizzazione, i mezzi del prepotente cantiere dei mostri che costeggia la Locanda. La strada della Locanda è diventata un inferno, un caos incontrollabile. Ed ora passeggiano ed arrivano anche i ladri. A chi lo racconti? In un mondo di ladri, anche i ladri di carciofi!
Un ladro in più, un ladro in meno!
In un mondo di prepotenti e sciacalli che approfittano di indifesi e di terremotati, sembra ridicolo soffrire per i ladri di carciofi.
I nostri carciofi sono la storia quotidiana della Locanda.
Rubare i carciofi è rubare la nostra storia.
La Locanda in questi anni ha subito violenze e barbarie di continuo.
Molti hanno sempre fatto male a questa casa. Ma i ladri di carciofi sono i peggiori.
Ho sempre pensato al ritorno dei barbari.
I ladri di carciofi sono barbari.
E chi ci difende dai barbari?
Nessuno. Siamo senza difese.
E’ difficile vivere senza difese.
La Locanda è come una lumaca senza guscio.
Tutti la possono aggredire, far male, uccidere.
C’è chi ruba la pace della Locanda.
Il silenzio. Il panorama. Chi ruba i soldi. Chi ruba il mangiare, l’ospitalità, la terapia. Ed ora anche chi ruba i carciofi.
Ho scritto al Commissariato di Polizia di Acerra, al Comando dei Carabinieri di Acerra, al Commissario del Comune di Acerra. Anche al Vescovo.
Nessuno di loro può fare niente con i ladri dei carciofi della Locanda.
Non c’è niente da fare con i barbari.
Forse bisogna che tutti sappiano che sono tornati i barbari.
Più feroci e crudeli dei barbari antenati.
E’ troppo doloroso accettare che la Locanda possa essere rubata. E’ insopportabile che la terra nostra sia diventata terra di ladri.

C. Petrella

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Rubati i carciofi della Locanda.

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Rubati i carciofi della Locanda.

Nella notte tra il 16 ed il 17 aprile, il campo di carciofi della Locanda è stato invaso dai ladri.
Rete metallica squarciata, le belle piante di carciofi strappate.
I ladri sono arrivati per la strada della Locanda: quella strada ormai invasa da tutti.
Spacciatori, ladri, contadini senza autorizzazione, i mezzi del prepotente cantiere dei mostri che costeggia la Locanda. La strada della Locanda è diventata un inferno, un caos incontrollabile. Ed ora passeggiano ed arrivano anche i ladri. A chi lo racconti? In un mondo di ladri, anche i ladri di carciofi!
Un ladro in più, un ladro in meno!
In un mondo di prepotenti e sciacalli che approfittano di indifesi e di terremotati, sembra ridicolo soffrire per i ladri di carciofi.
I nostri carciofi sono la storia quotidiana della Locanda.
Rubare i carciofi è rubare la nostra storia.
La Locanda in questi anni ha subito violenze e barbarie di continuo.
Molti hanno sempre fatto male a questa casa. Ma i ladri di carciofi sono i peggiori.
Ho sempre pensato al ritorno dei barbari.
I ladri di carciofi sono barbari.
E chi ci difende dai barbari?
Nessuno. Siamo senza difese.
E’ difficile vivere senza difese.
La Locanda è come una lumaca senza guscio.
Tutti la possono aggredire, far male, uccidere.
C’è chi ruba la pace della Locanda.
Il silenzio. Il panorama. Chi ruba i soldi. Chi ruba il mangiare, l’ospitalità, la terapia. Ed ora anche chi ruba i carciofi.
Ho scritto al Commissariato di Polizia di Acerra, al Comando dei Carabinieri di Acerra, al Commissario del Comune di Acerra. Anche al Vescovo.
Nessuno di loro può fare niente con i ladri dei carciofi della Locanda.
Non c’è niente da fare con i barbari.
Forse bisogna che tutti sappiano che sono tornati i barbari.
Più feroci e crudeli dei barbari antenati.
E’ troppo doloroso accettare che la Locanda possa essere rubata. E’ insopportabile che la terra nostra sia diventata terra di ladri.

C. Petrella

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Nordest, laboratorio del terrore in Italia

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Il libro di Giovanni Fasanella e Monica Zornetta ricostruisce le radici del fenomeno sul territorio, dall’eredità di Salò alle Brigate Rosse.

Gli attentati in Alto Adige e la lotta armata nelle università di Trento e Padova, le nuove Br e il neonazismo da stadio.

Il Nordest come laboratorio d'Italia del terrorismo, quello nero e quello rosso. Il giorno in cui con la strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969) l'Italia ingenua del dopo miracolo economico perse l'innocenza, esplosero bombe fabbricate a Nordest. E quando all'alba degli Anni Ottanta le Brigate Rosse in fuga si spostarono, scelsero Mestre, nel cuore del Nordest, per seminare la morte. Tre volte di fila.
Nordest della notte dei fuochi, degli attentati al tritolo in Alto Adige, della lotta armata nelle università da Trento a Padova, delle complicità nel Petrolchimico di Porto Marghera. Nordest delle nuove Br nel Padovano e del neonazismo che s'allarga alle curve degli stadi e uccide per una sigaretta.
Su questo sfondo si colloca "Terrore a Nordest" (Rizzoli, 10 euro) in libreria, di Giovanni Fasanella e Monica Zornetta. Il primo è un inviato di Panorama, autore di libri sugli anni di piombo; la seconda ha scritto per il Gazzettino e si è fatta notare per un saggio sulla penetrazione delle mafie nel Veneto. Insieme provano a spiegare come il terrorismo in queste regioni abbia radici che risalgono agli anni della guerra, tra il nazifascismo di Salò e la guerra civile in zone dove niente è stato risparmiato. E da quel passato emergono personaggi che hanno inquinato il presente. Il "principe nero" Junio Valerio Borghese che portò l'orrore con la sua X Mas e che accarezzò il suo sogno insurrezionale col golpe fallito. Il comunista triestino Vittorio Vidali, detto il "comandante Carlos", sospettato di aver provato a fare da cerniera tra la rivoluzione e il terrorismo rosso. In mezzo il confine diventato il più delicato d'Italia negli anni della "guerra fredda", la porta tra un Occidente filoamericano e un Est europeo filo sovietico. Ancora: i "gladiatori" finanziati dalla Cia, i neofascisti, i servizi segreti di Est e Ovest, la strategia della tensione. Oggi al terrorismo più tradizionale s'affianca quello internazionale, anche il nuovo derivato dall'integralismo islamico, anche il collegamento tra terrorismi e la criminalità organizzata. E si scopre la curva degli stadi come punto d'aggregazione dei nuovi orrori, della cultura che cresce prima nell'indifferenza, poi talvolta nelle complicità non più nascoste. Non a caso l'inizio di "Terrore a Nordest" è un delitto consumato qualche mese fa, a maggio, a Verona, quando cinque giovani neonazisti uccisero un operaio, Nicola Tommasoli, perché rifiutò loro una sigaretta. Gli autori sottolineano come le autorità si siano affrettate a definire il delitto prima "una lite per futili motivi", poi siano state attente a non collegarlo a motivi politici o alla discriminazione razziale. Ma i cinque giovanissimi assassini risultato tutti aderenti a formazioni neonaziste, hanno completato il loro addestramento negli scontri sulle curva dello stadio Bentegodi. La forma è quella del branco, in tanti per pestare con furore chiunque e che "sporca l'immagine di Verona, città di classe".

Questo è il presente col quale fare i conti. Il passato parte da lontano, dalla strage di Porzs dove in una malga sotto la neve si consumò nel febbraio del 1945 uno dei crimini più nefandi della guerra di resistenza. Qui si scontrarono le anime della Resistenza che s'interrogavano sul futuro del Friuli: italiano o sloveno? La strage è vista come l'inizio di tensioni che attraverseranno il dopoguerra. Nel libro i personaggi sfilano col loro ingombrante peso storico caricato dei sospetti accumulati negli anni.
Concludono il saggio due parti essenziali: la prima è la cronologia esauriente di quanto è accaduto a Nordest dal gennaio 1919 ad oggi. Poi c'è l'elenco in ordine alfabetico dei protagonisti del terrorismo: da Marco Affatigato, di Ordine Nuovo, che ha collaborato con i servizi segreti di mezzo mondo; al veneto Delfo Zorzi, anch'egli di Ordine Nuovo, fuggito in Giappone per evitare il carcere. È stato condannato all'ergastolo e poi assolto per la strage di Piazza Fontana; è imputato per la strage di Brescia del 1974. A scorrere l'elenco, si scopre la faccia terribile del Nordest, fatta di terroristi, ma soprattutto di vittime. E a seguire gli anni, si scopre in particolare il 1981: aperto da Giusva Fioravanti che di notte, a Padova, dal bordo di un canale uccide due carabinieri; attraversato dalle Br che a Mestre rapiscono e uccidono Giuseppe Taliercio; chiuso dalle Br che a Verona sequestrano un generale americano. Siamo stati anche questo.
C'è nel libro un sospetto non nuovo al quale gli autori provano a dare consistenza con i documenti. Riguarda un personaggio dalla vita avventurosa come Vittorio Vidali, uno che fu negli Usa al tempo di Sacco e Vanzetti, nella Russia staliniana, nel Messico di Tina Modotti e di Trosckij (qualcuno disse che era tra gli assassini), poi nella guerra di Spagna, in collegamento con i servizi segreti sovietici, nella resistenza al confine orientale, nel Parlamento come deputato del Pci. Si racconta dei suoi colloqui coll'editore Giangiacomo Feltrinelli che inseguiva la rivoluzione e morì dilaniato sotto un traliccio della luce dalla bomba che aveva costruito. Gli autori citano la trascrizione di intercettazioni raccolte nel carcere di massima sicurezza dell'Asinara: brigatisti raccontano di non essere stati loro a interrogare Moro, c'era sempre qualcuno che chiamavano "Il Vecio". Cose già dette e non provate, anche perché - sostengono gli autori - certe accuse non sono state prese in considerazione nemmeno dalla Commissione parlamentare. Quasi che si volessero indirizzare le indagini su una strada precisa. Vidali è morto nel novembre 1983 e i segreti li ha portati con sè. Compreso quello sul "grande vecchio".

Ma non è ancora finita a Nordest.

Edoardo Pittalis

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Ermete Realacci, responsabile alle politiche ambientali del PD

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«Questo territorio deve essere ricompensato»

L’On. Ermete Realacci, ministro ombra dell’ambiente per il Pd, è intervenuto ad Acerra per sostenere il candidato Sindaco del centro sinistra Tommaso Esposito. Intervistato dal direttore del Tablò - Pasquale Sansone – aveva esordito dicendo: «Quella di Tommaso Esposito mi sembra una scelta che può aiutare Acerra a rialzare la testa. Questo è un territorio di grande bellezza, che ha sofferto molto in passato e oggi è arrivato il momento di chiedere delle contropartite. Mi riferisco in primo luogo alla valorizzazione del territorio attraverso delle bonifiche». La presenza del responsabile all’ambiente del maggior partito del centro sinistra ad Acerra sta a significare che si vuole dare un contributo a quella che sarà l’attività di controllo del termovalorizzatore?
«Sicuramente, ma oltre al contributo e alla massima trasparenza sulla gestione del termovalorizzatore di Acerra, c’è bisogno, e mi ripeto, di compensazioni per un territorio che da anni è stato martoriato. Lo Stato ha qui il dovere di rimarginare quelle ferite che sono state aperte nel passato dall’attività illegale di smaltimento di rifiuti. Sappiamo ormai da tempo che in tutta questa area sono stati abbattuti migliaia di capi di bestiame, perché la diossina prodotta dalle discariche della camorra incendiate, di notte avvelenava l’erba. Detto ciò, credo sia necessario che si avvii una bonifica che dia certezza ai cittadini acerrani».
Il 6 e 7 Giugno i cittadini andranno alle urne non soltanto per le elezioni amministrative, ma anche per eleggere nuovi rappresentanti al parlamento di Bruxelles; che valore hanno queste elezioni per il suo partito?
«Credo che per tutta l’Italia, e non soltanto per il Pd, sia importante entrare in Europa con più autorevolezza, perché nel corso degli ultimi anni abbiamo pesato troppo poco e le ragioni sono diverse. La più rilevante è stata la frammentazione dei partiti, ma come ho detto prima c’è anche dell’altro. Bisogna essere più responsabili e dare maggiore peso al parlamento europeo. Noi abbiamo fatto una scelta precisa non candidando gente che non avrebbe potuto mettere piede nel parlamento di Bruxelles, cosa che non è stata fatta da altri. Mi riferisco al premier Berlusconi, che si candida capolista imbrogliando i cittadini, ad Antonio Di Pietro e a tanti altri che non sto qui a menzionare. L’Europa è molto importante – continua l’on. Realacci – lo si è visto nella crisi, ma a volte anche molto distante, perché vediamo delle normative che sono costruite più sugli interessi delle lobbies che su quelli dei cittadini. Questo accade anche in campi importanti, per esempio, la Campania è un territorio che ha prodotti di grande qualità, ma le normative europee spesso sono troppo astratte rispetto alla salvaguardia di questi prodotti».
On. Realacci, da direttore di una piccola testata provinciale, mi sono permesso di paragonare in termini calcistici l’Europa alla nostra Coppa Italia, perché tante volte passa in secondo piano rispetto al Campionato. In altri paesi dell’Unione Europea non è così, cosa ne pensa? «Sono d’accordo, ma non dobbiamo dimenticarci che anche in altri paesi dell’Europa la partecipazione alle elezioni europee è di solito minore rispetto alle elezioni nazionali, però è sicuramente un dato accertato che gli altri paesi europei riescono a far eleggere nel Parlamento di Bruxelles gente responsabile, che lavora seriamente, che s’impegna per far ottenere al proprio paese fondi importanti e che non fa sbagliare normative comunitarie in maniera tale da danneggiare i nostri interessi. Dunque, quello che mi sento di dire è che noi abbiamo sì bisogno di più Europa, ma di un’Europa più vicina all’Italia».

Giovanni Balsamo

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Notizia Flash

La guida della città di Acerra, in giro per la città...da dicembre 1999, compie 22 anni.

 

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