Martedì, Febbraio 07, 2012
   
Testo

Senza mettere le mani nelle tasche... degli evasori

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Il 22 settembre dell’anno scorso, circa otto mesi fa, il Consiglio dei Ministri varò la Legge Finanziaria 2010: il testo era già stato illustrato il giorno prima al Capo dello Stato, nonché alle parti sociali (ben 36 sigle imprenditoriali e sindacali, cui però non si sono aggregate le Regioni per protesta nei confronti del Governo, reo di rinviare sine die ogni confronto su temi come la spesa sanitaria, quella per l’istruzione e i FAS).

Velocemente fu approvata dal Cipe la relazione previsionale/programmatica e la nota di aggiornamento al Dpef: rispetto agli anni precedenti, stupisce la snellezza del testo legislativo, semplicemente tre articoli, ed una manovra di complessivi 3 miliardi di euro. E’ interessante ricordare al riguardo che il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti tenne a specificare che si trattava di un mero aggiornamento di quanto già previsto con la manovra triennale varata nel 2008, puntualizzando inoltre che “dalla crisi ad oggi sono stati emessi sei decreti legge e non vediamo esigenze di altri provvedimenti di manovra”. “Fare di più sarebbe stato irresponsabile”, aggiunse, “avrebbe provocato aumenti dei tassi di interesse e peggiorato le condizioni dei cittadini”. Dichiarazioni che lasciarono intendere come il corpus normativo sia stato ispirato dall’ esigenza di contenimento della spesa e dalla salvaguardia dei conti pubblici: le stime relative al 2009, espresse nella Relazione Previsionale e Programmatica, vedono difatti un incremento del rapporto deficit Pil al 5% e una diminuzione del Pil pari al 4,8%. Entrando nel merito dei contenuti, si rileva come la legge finanziaria varata poco più di otto mesi fa, preveda lo stanziamento di 3,4 miliardi in tre anni per il rinnovo dei contratti pubblici (manca però l’indicazione della copertura), l’istituzione di un fondo costituito con gli introiti dello scudo fiscale (da destinare a “università e ricerca, cinque per mille, alcune voci sul lavoro, missioni di pace, altre voci di rilievo sociale, spese che consideriamo ineludibili”), l’estensione delle agevolazioni fiscali per le ristrutturazioni anche nel 2012, incremento dell’importo annuo trasferito all’Inps. Gli sgravi fiscali, come si legge nell’articolo 1, sono solo un’ipotetica eventualità: “le maggiori disponibilità di finanza pubblica che si realizzassero nell’anno 2010 rispetto alle previsioni del Dpef sono destinate alla riduzione della pressione fiscale nei confronti delle famiglie con figli e dei percettori di reddito medio-basso, con priorità per i lavoratori dipendenti e pensionati”. All’epoca piovvero critiche un pò da parte di tutti: da Confcommercio e Sindacati (che chiedevano una politica fiscale più favorevole ai lavoratori), dalle associazioni di consumatori (la cui richiesta di detassazione delle tredicesime per rilanciare i consumi è rimasta lettera morta), dalla Confederazione Italiana Agricoltori e da quella dei Produttori Agricoli (che hanno rilevato l’assenza di manovre rivolte a dettare impulso al comparto agricolo), dai produttori automobilistici (che ritengono essenziale la proroga degli incentivi). Anche Confindustria non applaudì, avendo reclamato lo stanziamento di maggiori risorse per gli ammortizzatori sociali e più sostegno agli investimenti. Il denominatore comune dei giudizi fu che la carenza di interventi volti a limitare gli effetti della crisi, la cui portata – a detta di molti analisti – si sarebbe fatta sentire seriamente per tutto il 2010, soprattutto a carico dell’occupazione. Ma il Governo, da allora, si è sempre dichiarato ottimista sul futuro e, convinto che la crisi sia alle spalle pur non avendo intrapreso alcuna azione incisiva per contrastarla efficacemente, in questi mesi ha esortato continuamente a spendere per rilanciare i consumi. A tempo di record, martedì 25 maggio u.s. è stata presentata in Consiglio dei Ministri ad opera dello stesso Ministro dell’Economia e delle Finanze Giulio Tremonti, la manovra correttiva da 26,4 miliardi di Euro, pubblicata in Gazzetta Ufficiale serie generale n° 125 del 31/5/2010, supplemento ordinario, sotto la denominazione:DECRETO-LEGGE 31 maggio 2010, n.78 “Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica”. Una manovra economica che è stata giudicata talmente iniqua e sbagliata da non piacere praticamente a nessuno tranne che alla maggioranza che l’ha approvata e ai sindacati Cisl-Uil, stranamente oramai diventato un unico sindacato governativo, come ai tempi delle corporazioni. Difficile ripescare nella memoria un mazzo di scelte di politica economica meno convincente di quelle predisposte dal ministro Giulio Tremonti, irrimediabilmente caratterizzate da pochezza costruttiva e da aporie inesplicabili (la lotta all’evasione che giungerebbe dopo lo scudo fiscale salva-evasori, il rilancio dell’economia con il congelamento dei contratti pubblici fino a tutto il 2013, il non “mettere le mani nelle tasche degli italiani” con una serie di aumenti delle imposte locali e nuovi pedaggi autostradali). Secondo l’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo), è necessario tenere d’occhio sia la ripresa che il consolidamento fiscale: le manovre elaborate dai Paesi in un momento difficile come quello attuale dovrebbero puntare ad un difficile trade-off fra risanamento dei bilanci pubblici e incentivi alla ripresa. I ministri economici, d’altronde, si sono impegnati a riconoscere «l’importanza di preservare il potenziale della crescita dando la priorità alla spesa pubblica e perseguendo una riforma fiscale favorevole alla crescita». Ed allora bisogna chiedersi: alla luce di questo impegno, la manovra tremontiana, così riduttiva delle capacità di spesa e che, quindi, incide negativamente sulla domanda aggregata, risponde alle esigenze sottolineate dalla riunione dei ministri Ocse? Non è certo stato un esponente del centro-sinistra a mettere in guardia sui riflessi che la manovra avrà sul livello generale della ricchezza del Paese e sul federalismo prossimo venturo, ma addirittura il super-governatore lombardo Roberto Formigoni, secondo il quale la manovra non è affatto “equilibrata” e «mette a rischio il federalismo fiscale». «Le risorse per il federalismo, con i tagli annunciati, non ci sono più. Bisogna prenderne atto», ha aggiunto, perché le Regioni «dovranno sopportare il 45% del carico dei tagli, 10 miliardi in due anni su un totale di 24 che vanno ad aggiungersi ad altri quattro miliardi di riduzione per i comuni ed altrettanti per le provincie». Perfino l’associazione degli industriali non ha nascosto le sue critiche ai 54 articoli del decreto. L’assemblea romana tenutasi recentemente ha riservato al premier un’accoglienza molto fredda, che nemmeno le solite e stantìe pantomime del Cavaliere (“Volete Emma come ministro?”, cui è seguito un silenzio tombale, come i condoni di Tremonti) sono riuscite a vivacizzare, tanto che il Presidente del Consiglio, assai stizzito per un’altra manifestazione di lesa maestà, oggi suggerisce ai colleghi «di leggere con maggiore attenzione i 54 articoli della manovra, a partire dal primo capitolo su competitività economica e sostenibilità finanziaria». Ma, a giungere di conforto alle dichiarazioni di Emma Marcegaglia, arriva anche Italo Bocchino, secondo cui nella manovra risulta assente «quasi del tutto la parte dedicata allo sviluppo». L’esponente finiano nota come «senza la crescita economica il rapporto deficit/Pil è destinato a restare alto. Troppo alto. Per questo, dopo aver approvato questa manovra di tagli alla spesa, dovremo iniziare ad affrontare il tema delle riforme strutturali che il nostro Paese attende da troppo tempo». A rimorchio si aggiunge il giudizio assai duro del Pd: «Il federalismo non c’è più. L’unica, vera riforma che il Parlamento poteva varare nel corso di questa legislatura  si è dissolta come neve al sole perché la manovra finanziaria di Tremonti le ha inferto un colpo letale. Bossi lo sa e ci stupisce il suo assordante silenzio». Perfino la Cei (Conferenza episcopale italiana), con le parole di Angelo Bagnasco, pur non parlando della manovra, mette in guardia contro un concetto di federalismo che emargini la solidarietà. Soltanto in un Paese dove il sistema mediatico è in mano al “padrone del vapore” si può pensare di mistificare le durissime conseguenze che il finto pressappochismo tremontiano (i consistenti tagli alle regioni, alle provincie ed ai comuni e la soppressione dei Fondi per le Aree Sottoutilizzate destinati al Sud sono una scelta politica del governo per precostituire delle condizioni privilegiate per le regioni del nord in funzione del federalismo fiscale) si trasformerà in tagli ai servizi per i cittadini in un momento di ulteriore ristrettezza di bilancio familiare. Il tutto, ovviamente, con la grande faccia tosta di non mettere le mani nelle tasche degli evasori ma in quelle degli italiani onesti.

Espedito Marletta

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