Tommaso Esposito: "la mia coalizione era fatta da giganti che pensavano autonomamente alla propria radicalizzazione e, dunque, al proprio territorialismo"
Domenica 17 Luglio 2011 13:42

Tommaso Esposito ha scelto di fare chiarezza sulla chiusura ufficiale della sua esperienza amministrativa in quest’intervista rilasciata al Tablò.
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Tommaso Esposito ha scelto di fare chiarezza sulla chiusura ufficiale della sua esperienza amministrativa in quest’intervista rilasciata al Tablò. Dopo le dimissioni del 3 giugno e il successivo insediamento dei Commissari prefettizi, l’ormai ex Sindaco di Acerra ha avuto modo non solo di passare a setaccio le cause della frammentazione politica interna alla maggioranza - che ha reso quasi impossibile l’azione di governo - ma anche di esprimere un giudizio obiettivo sul suo operato a distanza di due anni e mezzo dalle ultime amministrative. Uno dei motivi principali che ha indotto Tommaso Esposito, eletto primo cittadino a furor di popolo, a fare il punto sulla sua scelta di rassegnare le dimissioni è stata la volontà d’informare i cittadini delle falle interne all’apparato politico locale. Nel corso di quest’ultimo decennio, infatti, la classe politica nostrana sembra aver lavorato costantemente per rendere la città ingovernabile, favorendo e non contrastando quell’autoreferenzialità di molti suoi elementi, che, indipendentemente dalla propria storia e appartenenza politica, si sono arrogati il diritto di porre dei veti per intralciare il corretto iter amministrativo del consiglio comunale.
Dott. Tommaso Esposito, a distanza di 15/20 giorni dalle sue dimissioni, è ritornato a svolgere la vita di un tempo. Cosa significa per lei tutto questo?
«In verità non avevo mai abbandonato la mia attività , poiché le prime ore della mattinata erano sempre dedicate al controllo e alla cura dei mie pazienti. Chi è medico non può mettere da parte le proprie responsabilità e la propria professione, inoltre, ritengo che prendersi cura delle persone è un po’ come curare la città . Detto ciò, le confesso che sono sereno e tranquillo».
Secondo lei, è più difficile curare le persone o risanare un sistema ed un apparato malato? «Con le persone si stabilisce un rapporto di fiducia, che ti dà determinate certezze basate sulla consapevolezza non soltanto di quello che sai, ma anche e soprattutto di ciò che non sai. La politica da questo punto si vista è un vero e proprio mare aperto, perciò sicuramente molto più rischiosa».
Il suo prossimo impegno nella società civile sarà da comune mortale o non esclude un eventuale ritorno sulla scena politica acerrana?
«La mia scuola di pensiero considera gli atti privati alla stregua di atti pubblici, dunque ritengo che il mio impegno di cittadino, medico e operatore culturale sia sempre sinonimo di un impegno politico costante».
Nel corso della sua esperienza di primo cittadino ha spesso puntato sulla comunicazione e sull’uso di termini forti anche nei confronti dei suoi stessi alleati, che ha spesso accusato di rendersi protagonisti di trucchetti, scherzetti e sgambetti. Cosa ci può dire in merito adesso e, soprattutto, potrebbe aiutarci a capire i motivi di queste sue sortite mediatiche?
«Quando ho parlato di trucchetti e sgambetti, mi riferivo a quel sistema d’interdizione che nasce da due questioni fondamentali, che si sono sviluppate negli ultimi anni: da una parte il sistema maggioritario, che ha favorito la disaggregazione delle rappresentanze non soltanto in consiglio comunale, bensì anche sul territorio; dall’altra il vizio all’autoreferenzialità di molti, che, indipendentemente dalla propria storia e dalla propria appartenenza politica, si arrogano il diritto di porre dei veti per intralciare la vita amministrativa».
Espedito Marletta è stato mandato a casa, con lei invece è successo il contrario, perché?
«Sono del parere che nel momento in cui vi è la necessità di usare le maniere forti, lo si debba fare senza titubanze. Le faccio un esempio: io non appartengo allo stuolo dei medici che si intestardiscono nel curare l’ammalato fino al punto di rendere la piaga sempre più purulenta. Ritengo, infatti, che negli stadi in cui è necessario utilizzare un intervento forte, ciò vada fatto. Diciamo che la mia è scelta di rassegnare le dimissioni è stata una sorta di elettroschock avvenuto alla fine di un percorso terapeutico, dove si è tentato veramente di tutto: dall’utilizzo del farmaco all’utilizzo della psicoterapia».
Quali sono state le reazioni della società civile dopo la sua presa di posizione?
«Molte persone - che non fanno parte dell’apparato - mi hanno chiesto di essere informate delle difficoltà che hanno portato alla conclusione della mia esperienza da primo cittadino di Acerra e questa è una richiesta legittima. Le mie dimissioni sono la denuncia di un sistema che non può essere più consentito sia in questa città sia nel resto d’Italia. La buona politica credo necessiti di chi non ha bisogno di essa e, quindi, di svincolarsi dalla ricerca della soddisfazione del bisogno. Per bisogno intendo la mera cura del proprio orticello e di quello degli elettori più vicini e petulanti. Si deve fare un salto di qualità , in grado di mettere all’attenzione di chi ci governa i problemi reali dei cittadini, perché spesso - per risolvere un bisogno particolare – si corre il rischio di perdere di vista l’insieme delle esigenze di un paese e di un territorio. E questo è quello che sta accadendo sia a livello locale che a livello nazionale».
Qual è stata la causa dell’immobilismo della sua amministrazione e chi, tra lei e la coalizione di maggioranza, ha più responsabilità per come sono andate le cose?
«La paralisi dell’amministrazione era dovuta all’incapacità complessiva dell’intera coalizione di discutere realmente delle cose che stavano sul tappeto. La coalizione di maggioranza è sempre stata più attenta alla composizione degli equilibri interni e ciò ha inevitabilmente bloccato gli ingranaggi dell’amministrazione. Io mi prendo la mia parte di responsabilità , che è legata al fatto di essere refrattario all’inutilità di determinati meccanismi e rituali della politica, ma sono certo che essa ha un peso minore rispetto a quelle della coalizione. Quest’ultima non ha mai trovato né un’anima né degli obiettivi comuni da perseguire e realizzare per il bene della città ».
Cosa ripeterebbe di ciò che ha fatto in questi ultimi due anni e mezzo?
«Ripeterei la mia scelta di scendere in politica con spirito di servizio e mi auguro che quest’esperienza possa essere utile alla città per evitare gli errori commessi. Forse ho sbagliato nell’immaginare un consiglio comunale senza conflitti d’interesse, cosa che rende difficile e complicato governare.»Quanto si è sentito solo nel corso di quest’esperienza amministrativa e quanto ha influito il comportamento del Partito Democratico sulla sua condotta politica? In altri termini, lei è stato per scelta propria un uomo solo al comando o è accaduto il contrario?
«Mi sono ritrovato solo perché la mia candidatura è stata sin dall’inizio solitaria e per certi aspetti non costruita. La mia figura, infatti, è emersa negli ultimi momenti, giacché poteva essere un elemento di unione per la città e per i partiti di centro e di centrosinistra. Non escludo nemmeno la possibilità di aver ricevuto voti da elettori più orientati verso il centrodestra. Purtroppo, questa mia trasversalità non si è rivelata utile per governare, perché è sotto gli occhi di tutti come il sottoscritto abbia trovato una coalizione con dei nuclei di forza preesistenti (e operanti nella precedenza amministrazione) che - invece di essere orientati alla risoluzione dei problemi – hanno avvertito l’esigenza di doversi radicare maggiormente. La mia coalizione era fatta da giganti che pensavano autonomamente alla propria radicalizzazione e, dunque, al proprio territorialismo. Ecco, questo è stato lo scenario che non sono riuscito a modificare e non penso soltanto per mie incapacità ».
Due anni fa, cioè all’inizio di quest’esperienza, lei aveva parlato di un’amministrazione di alto profilo, che però non si è rivelata tale. Inoltre, sembrava piuttosto evidente una mancanza di discontinuità politica, che - dato il suo exploit - poteva benissimo mettere in atto. Perché non ha agito in tal senso, pur avendo la possibilità ?
«La mia scelta è stata quella di premiare chi aveva dimostrato un impegno civile all’interno della società durante la campagna elettorale. Inoltre, non era nelle mie possibilità – non avendo delle liste costruite da me – evitare di confrontarmi con chi mi aveva sostenuto. Certo, ora come ora posso dire che questo modo di agire non ha dato i frutti che speravo» Chi si è dimostrato più vicino a lei: i consiglieri o quel che restava dei partiti della coalizione di maggioranza?
«Le confesso che paradossalmente la mia stanza è stata frequentata pochissimo dai vari consiglieri comunali, nonostante lasciassi la porta sempre aperta. Probabilmente questi ultimi hanno lavorato bene nelle commissioni e in consiglio comunale, ma allo stesso tempo hanno trascurato troppo il rapporto col Sindaco. I motivi di un simile comportamento ancora non mi sono noti».
È possibile credere che dopo le sue dimissioni il sistema sia stato formattato definitivamente?
«Diciamo che ho creato i requisiti per poter immaginare un consiglio comunale che sappia evitare innanzitutto la frammentazione e per far ciò bisogna mettere mano di nuovo alle questioni previste all’interno dello statuto; e in secondo luogo il conflitto d’interesse. La frammentazione, inoltre, non va alimentata, bensì contrastata e non è più immaginabile che esista un gruppo consiliare formato da un solo consigliere comunale. La capacità d’interdizione di un singolo non può e non deve mettere in crisi l’azione di un’amministrazione». Mi può fare un esempio di conflitto d’interesse all’interno del consiglio comunale di Acerra?
«Allora, quando si discute del P.U.C. , sarebbe preferibile che in consiglio comunale non ci sia chi poi prepara ricorsi alle osservazioni e chi deve progettare determinate cose. Insomma, in città come le nostre – piccole o grandi che siano – tutto ciò non dovrebbe accadere». Quali sono le differenze che intercorrono tra le amministrazioni targate Verone, Riemma, Marletta ed Esposito?
«Titina Verone nasceva dalla società civile e si è poi costruita una carriera all’interno del Partito Democratico. Io nascevo da un’esperienza di partito, anche se tutto sommato negli ultimi anni avevo lavorato più sul territorio che in sezione. Riemma e Marletta avevano una forza dovuta non solo alla propria capacità personale, ma anche al loro essere ben inseriti nel mondo della politica: uno, come autorevole esponente di Forza Italia, l’altro come testimone anche nelle istituzioni della propria militanza politica. Eppure, nessuno di questi – me compreso – è riuscito a portare a compimento quello che voleva e un motivo ci deve pur essere». Come giudica il comportamento di alcune forze interne alla sua coalizione, che prima avevano molto da ridire sul suo operato e che poi l’hanno quasi pregata di restare al suo posto, quando ha preso la decisione irrevocabile di dimettersi?
«Come mi ha detto un Sindaco amico di una città vicina ad Acerra, ciò è dovuto al fatto che nei consiglieri comunali c’è una forte tendenza all’autoconservazione». Quali scenari s’intravedono per Acerra?
«Mi auguro che i prossimi nove mesi siano utilizzati proficuamente, affinché venga bandito il territorialismo e si recuperi un minimo di aggregazione sui progetti da proporre e realizzare. Più che di affinità ideologiche tra partiti di centro e di centrosinistra, c’è bisogno di affinità programmatiche. I problemi di Acerra, ormai, sono chiari a tutti e richiedono una discussione puntuale ed attenta su quello che questa città vuole rappresentare in futuro all’interno del ciclo dei rifiuti della Regione Campania. Le soluzioni alle problematiche di tipo ambientale che riguardano questa città devono essere comunicate e inserite in un arco di tempo determinato. Non si può pensare di restare al comando di un’amministrazione per il semplice gusto di sedere su una determinata poltrona e senza risolvere i problemi dei cittadini». Perché Tommaso Esposito, nel momento in cui è entrato nel Palazzo, ha deciso di confermare il vecchio apparato dirigente?
«Non credo allo spoils system, perché non è necessario che ci sia un determinato tecnico di fiducia per mettere in atto le tue direttive, giacché per ottenere degli obiettivi bisogna semplicemente calibrare bene le azioni e lavorare con persone competenti. Il vero paradosso è che chi avrebbe dovuto riconoscersi un eventuale spoils system ha rinnegato i suoi stessi dirigenti» Che voto darebbe al suo consiglio comunale?
«Prima di esprimermi in merito, vorrei fare una precisazione: non ritengo che la mia amministrazione sia stata improduttiva e su alcuni risultati raggiunti spero che avremo modo di ritornarci. Detto ciò, do 4 al Consiglio Comunale; 6 meno è il voto che merita la mia squadra di governo dal punto di vista della produttività complessiva, mentre per quanto concerne il mio lavoro, posso dire di meritare un 7 più».
Ha ulteriori considerazioni da fare e che non sono ancora emerse da quest’intervista? «Ciò che mi sento di aggiungere è che nutro la speranza che questa mia decisione possa essere utilizzata positivamente, e cioè che gli elettori si trovino di fronte degli elementi di grande chiarezza di natura programmatica e d’impegno personale. Devo, inoltre, aggiungere che se negli ultimi dieci anni si è pensato a governare tramite interposta persona, d’ora in poi tutto questo non sarà più possibile.
Chi ha delle idee chiare è bene che si faccia avanti, la città ha bisogno di un governo duraturo e che abbia tempestività nelle scelte e nell’esecuzione del programma votato dagli elettori».
Giovanni Balsamo
Giovanni Bianco:" Noi siamo un movimento che vuole creare una Casa Comune"
Domenica 17 Luglio 2011 13:42

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Ogni qualvolta si sente odore di elezioni, un po’ tutti fanno a gara per sostenere, da sempre, due cose: che è necessario assolutamente un cambiamento e che le elezioni alle porte rappresentano l’ultima occasione per realizzarlo. Sono diventate, queste due affermazioni, uno stereotipo. Un luogo comune al quale non crede più nessuno, perché ormai la gente, in particolare ad Acerra, si rende conto del gattopardismo imperante e prende atto che sono quasi 20 anni che tutto si vuole cambiare, ma in fondo poi nulla cambia. Questo soprattutto perché, chi si lamenta, generalmente poi resta a casa (talvolta anche traendo profitti personali questuati al vincitore di turno) e quei pochi perbene che si impegnano, avendo vincoli di appartenenza, sono naturalmente divisi su sponde opposte. Tanto ha determinato che ad Acerra, in ultima analisi, le elezioni le vincono, decidendo poi le sorti della città , quelli che giocano di sponda, i peggiori, i mercenari di sempre, quelli che si offrono al battitore del mercato delle vacche. Ma questo non può essere il momento di fermarsi a piangersi addosso. Dobbiamo cioè renderci conto che è giunto ora il momento di rimboccarsi le maniche, anche partendo da quelle considerazioni che abbiamo inteso condividere, con tanti amici, nell’assemblea dello scorso 8 Luglio alla Casa dell’Umana Accoglienza. Io partirei da un dato che non credo possa essere frainteso, clamorosamente chiaro. Dal 95 ad oggi, Acerra ha avuto 4 sindaci: 3 espressione del centrosinistra, uno del centrodestra. La città , di fatto, è rimasta al palo. Ha visto sfumare il Polo Pediatrico, ha patito forse la peggior soluzione per l’attraversamento della Alta Velocità , ha visto l’insediamento dell’inceneritore peggiore che poteva essere realizzato, non è stata in grado di ottenere un ristoro ne di cogliere occasioni di sviluppo occupazionale, non ha ancora il PUC, tanto per citare le cose più evidenti. Tutti e quattro i sindaci sono finiti nella polvere, nessuno ha finito il mandato, ne è stato mai riproposto al giudizio degli elettori. E’ mai possibile che erano quattro incapaci o che abbiamo sempre scelto i peggiori? Io non posso crederlo, fatte in ogni caso salve le responsabilità personali che nessuno, e tantomeno io, intende assolvere. Il dato però, è che ad Acerra manca, abbastanza evidentemente, una classe dirigente capace di decidere, governare ed operare scelte condivise. E’ stata questa considerazione che ci ha spinti a fare il primo passo. Ci siamo resi conto che i problemi di oggi sono, nella sostanza, quelli del ’93 quando, non a caso, nacque l’esperienza di Alternativa per Acerra. Un’idea per andare oltre, dicemmo allora, con la gente contro la malagente. Ed il dato resta ancora, se si considera che le varie amministrazioni sono rimaste al palo per il continuo ricatto di una pseudo-classe politica che, occupando lo spazio lasciato libero da chi è rimasto a casa, ha creduto di poter fare il bello ed il cattivo tempo cambiando casacche, uscendo dai gruppi, facendo melina e soprattutto tentando di costruirsi una visibilità personale per ricattare le amministrazioni di turno. Ma che questo scadimento sia ancora ineluttabile, non può essere, e non è, assolutamente vero. Se c’è, infatti, qualcosa che la serata del 8 Luglio ci ha detto, almeno una cosa che proprio nessuno - nemmeno scettici e sfascisti - non può proprio non vedere, è che c’è una comunità che ha voglia di mettersi a lavorare per Acerra. Una Comunità in carne ed ossa, di facce e di parole, di tesi e di confronti. Una Comunità che si è mossa da casa per far sentire la propria voce. Dall’8Luglio, insomma, si è messa in cammino un pò di gente, spontaneamente. Gente che si è confrontata liberamente su problemi reali di questa, lontano anni luce dal chiacchiericcio inutile cui ci ha abituato un certo modo di intendere la politica. Niente di precostituito, niente di preconfezionato. Solo cittadini che si preoccupano della loro terra e che si sono resi disponibili a dare una mano per cambiarla. Andando oltre i limiti di una classe dirigente che gioca di sponda da 12 anni e che, presente in più amministrazioni, è stata capace di mandare a casa i sindaci, ma non capace di garantire un servizio essenziale alla città che è infatti rimasta clamorosamente al palo. L’8 Luglio, per certi aspetti, abbiamo provato a fare l’elettro-shock ad una città intorpidita, stanca e disillusa. E’ bastato questo, è bastato fare semplicemente il proprio dovere di cittadini, per sollevare, secondo alcuni, un vespaio. Abbiamo solo smosso le acque chete eppure da destra ci hanno accusato di essere diventati comunisti. Da sinistra si chiedono se non siamo una destra con la maschera. E basta! Lasciateci essere interpreti autentici del nostro pensiero! Noi siamo solo una comunità , movimento in cammino nel tentativo, limpido e genuino, di riportare alla politica la gente che si è stancata di quello che ascoltiamo ogni giorno dalla televisione, di Ruby, di Montecarlo, di corruzioni e di collusioni, di festini e di Festoni. Noi siamo solo uomini e donne con le radici profonde che, se volete, hanno da tempo rotto un vincolo di fedeltà ad un’area ove sono stati omogeneizzati i vessilli e dove i nostri valori sono continuamente calpestati al punto da farci correre il rischio di perdere la identità . Ma le radice profonde non gelano! Ferma restante la nostra identità e se volete anche quella che può essere la diversità di che viene da esperienze diverse vogliamo affrontare il mare delle nuove sfide con la bussola degli antichi valori tenendo salda la barra del timone verso ideali eterni che incontrino le esigenze e quindi il consenso della gente. Noi siamo un movimento che vuole creare una Casa Comune con chi ha una storia della quale riesce a tenere memoria pur anche nella diversità della storia di ognuno di noi. La politica intesa come momento di confronto e di dialettica questo anche con chi non la pensa e non la ha mai pensata come noi deve tornare al centro di un confronto che fin ora si è arenato nella melma del pressapochismo di chi ritiene che l’impegno non debba essere profuso verso i bisogni della gente ma a soddisfazione del bisogno personale. Sono questi mediocri che hanno portato Acerra così in basso. Noi non vogliamo essere etichettati. Vogliamo tornare ad essere un movimento che oggi non ha inteso mostrare i muscoli, ma che ha voglia di allenare i propri muscoli per battere quel partito trasversale di “malagente†che gioca di sponda e che ha affondato la nostra città con l’avallo e la protezione di chi aveva - ed ha- su Acerra progetti personali che noi non gli consentiremo di realizzare. A quanti hanno detto di condividere questo progetto, diciamo che è giunto il momento di passare dalle buone intenzioni ai fatti. Noi ci siamo, siamo tanti e siamo pronti ad elaborare un progetto condiviso che cementi una unità di popolo a difesa della città .
Avv. Giovanni Bianco














