Domenica, Maggio 20, 2012
   
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Valutazione Impatto Ambientale: quali garanzie?

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Parlando di casa nostra, cosa accadrebbe all’ambiente se tutti e 90 insediamenti ipotizzati nella zona ASI di Acerra fossero occupati da industrie insalubri o aziende del settore rifiuti ad impatto rilevante? Ci troveremmo di fronte allo scenario, non improbabile, di un insieme di 90 emissioni la cui somma produrrebbe un inquinamento ‘legale’, i cui effetti ‘reali’ sul territorio e sulla salute pubblica non sono mai stati valutati nella loro complessità.

Nell’esercizio ordinario del ciclo lavorativo di qualunque attività produttiva si emettono necessariamente un certo quantitativo di sostanze potenzialmente inquinanti connesse ai prodotti e alle tecnologie utilizzate. Da un punto di vista legale il concetto di inquinamento non è legato alla loro semplice presenza o assenza, ma alle quantità espresse come concentrazioni. Pertanto non è inquinante qualunque attività che, pur producendo composti a rischio, riesce ad emetterli in concentrazioni al di sotto dei limiti massimi stabiliti dalla normativa. Qualunque industria insalubre può ottenere tutte le necessarie autorizzazioni a condizione che emetta sostanze, anche pericolose, al di sotto di valori limiti stabiliti per legge. Va da sé che, secondo la logica legale, la valutazione dell’inquinamento non è effettuata in assoluto, ma è un concetto relativo: nulla è inquinante se viene emesso in quantità legalmente compatibili. I limiti sono stabiliti sulla base di studi effettuati da organismi internazionali accreditati e si basano su analisi di campioni statistici significativi elaborati in base alle conoscenze disponibili al momento. Ma la scienza si evolve e la storia ci insegna che molto spesso ciò che era considerato sicuro si è poi rivelato essere estremamente pericoloso. Uno dei casi più emblematici è senza dubbio quello delle fibre di amianto che, utilizzate per il passato in modo ‘sicuro’ per le più svariate applicazioni civili ed industriali, si sono poi rivelate cancerogene e sono state completamente bandite. Sulla base di quanto già accaduto, chi ci vieta di pensare che ad esempio alcuni tipi di plastica molto utilizzati anche a scopi alimentari in futuro non possano seguire le stesse strade dell’amianto? Chi ci vieta di ipotizzare che l’utilizzo indiscriminato di questi prodotti possa portate in futuro dei costi sociali enormi e che magari oggi le lobbies mondiali che controllano l’economia attraverso il petrolio non stiano facendo di tutto per rallentare le ricerche scientifiche in tal senso? A questo punto viene spontaneo chiederci: ‘ma siamo proprio sicuri che il rispetto di questi limiti di legge sia una condizione sufficiente per la tutela della salute pubblica?’ Ottimisticamente parlando, se ipotizziamo una risposta affermativa, nasce immediatamente un’altra domanda: ‘fino a che punto la somma di tante piccole emissioni irrilevanti, legalmente idonee, su un’area limitata, dà come risultato ancora un’emissione non nociva?’ Questo la legge non ce lo dice e non ce lo dice nemmeno la scienza, ma ciascuno di noi può farsi intuitivamente la sua idea dall’analisi dei dati riguardanti i casi di mortalità per malattie collegate all’inquinamento e sulla base dell’aspettativa di vita per le popolazioni che vivono immediatamente a ridosso delle grosse realtà industriali. Parlando di casa nostra, cosa accadrebbe all’ambiente se tutti e 90 insediamenti ipotizzati nella zona ASI di Acerra fossero occupati da industrie insalubri o aziende del settore rifiuti ad impatto rilevante? Ci troveremmo di fronte allo scenario, non improbabile, di un insieme di 90 emissioni la cui somma produrrebbe un inquinamento ‘legale’, i cui effetti ‘reali’ sul territorio e sulla salute pubblica non sono mai stati valutati nella loro complessità. Ma allora quanto è realmente efficace la tutela legale della salute pubblica? Gli addetti ai lavori e i burocrati di turno risponderebbero sicuramente dicendo che siamo perfettamente garantiti poiché esiste uno strumento tecnico - giuridico chiamato Valutazione di Impatto Ambientale che viene chiamato in causa nell’iter autorizzativo di attività particolarmente pericolose da insediarsi in territori sensibili. La Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) nasce come uno strumento di supporto per l’autorità decisionale finalizzato ad individuare, descrivere e valutare gli effetti dell’attuazione o meno di un determinato progetto. Consiste in una procedura di tipo tecnico - amministrativo, svolta dalla pubblica amministrazione, basandosi sia su informazioni fornite dal proponente un determinato progetto, sia sulla consulenza data da altre strutture della pubblica amministrazione, nonché dalla partecipazione di gruppi sociali appartenenti alla comunità interessata. Purtroppo la mia personale idea su questa procedura è piuttosto negativa. La VIA è un processo in cui è lasciato ampio spazio, forse troppo, alle interpretazioni soggettive. In tali valutazioni i discorsi programmatici, politici ed economici si scontrano e prendono sempre il sopravvento su quelli tecnici, etici ed ambientali. In questo tipo di procedura si trova sempre una risposta ad hoc a tutto pur di assicurare la compatibilità di un nuovo insediamento. Le ragioni economiche, occupazionali e produttive prevalgono sempre su quelle ambientali e il danno ecologico viene quantificato in termini monetari non congrui. I costi dell’ambiente stranamente risultano sempre inferiori ai benefici pratici previsti. Nella mia modesta esperienza di consulente ambientale non mi è mai capitato di assistere alla bocciatura di un progetto in seguito ad una VIA negativa, specie dalle nostre parti. A tal proposito è il caso di accennare che proprio recentemente, in sede di conferenza dei servizi per l’autorizzazione dell’impianto NGP sul nostro territorio, la richiesta del comune di Acerra per un aggiornamento della relativa VIA alla luce delle mutate condizioni ambientali, non è stata affatto presa in considerazione e si è deliberato positivamente anche in assenza della stessa. Ciò mi induce a pensare che gli addetti ai lavori, sicuramente molto più competenti di me, o condividono la mia stessa opinione sull’inutilità di tale procedura oppure ritengono che essa non sia così necessaria e obbligatoria come si crede. In ogni caso si avvalora la mia tesi. Del resto, se la Campania è l’unica regione italiana che non ha emesso alcuna specifica normativa tecnica in materia di Valutazione di Impatto Ambientale, una ragione ci sarà… O è la semplice endemica incapacità ad amministrare il territorio, oppure una volontà precisa di non stabilire regole perchè, come logica vuole, in ogni comodo buco normativo ci si infila sempre la soggettiva e arbitraria libera gestione. Una pianificazione territoriale equa e corretta a tutela dei più deboli e dei più esposti debba prevedere necessariamente una ristrutturazione dell’iter autorizzativo in campo ambientale. E’ giusto seguire gli attuali indirizzi legislativi attraverso il coinvolgimento di enti sovracomunali quali Province e Regioni perché l’ambiente effettivamente ha delle implicazioni ben più vaste di quelle esclusivamente locali. Tuttavia non è corretto stabilire limiti ai quantitativi di inquinanti in modo assoluto, e cioè senza tener conto delle realtà territoriali e senza considerare la concentrazione pregressa delle attività pericolose. In tal senso l’attuale procedura di VIA appare inadeguata ed insufficiente per tutelare l’ambiente e la salute pubblica e nel valutare l’amplificazione dei rischi dovuta all’effetto sommatoria. A mio modo di vedere, si dovrebbe prendere esempio da ciò che accade a livello mondiale in seguito agli accordi scaturiti dal protocollo di Kyoto per l’inquinamento atmosferico. Con questi accordi si è stabilito che ogni nazione può annualmente emettere una sua ‘quota’ massima di inquinamento espressa in termini di tonnellate di anidride carbonica all’anno. Proporrei, allo stesso modo, di stabilire ‘a priori’ per ogni area ASI una ‘quota’ massima di inquinamento emissibile. Tale quantitativo massimo di inquinanti andrebbe valutato sulla base delle specificità del territorio tenendo in opportuna considerazione la vocazione dello stesso, le sue capacità di autodepurazione, la popolazione residente e andrebbe poi ripartito in modo direttamente proporzionale all’estensione dei singoli lotti industriali. Le ‘quote’ di ogni singola ASI dovrebbero comunque rientrare in una più generale contabilizzazione di ‘quote’ su scala prima provinciale e poi regionale. A livello mondiale le ‘quote’ definite nel protocollo di Kyoto possono essere addirittura negoziate e, normalmente, le nazioni ricche comprano da quelle povere una sorta di ‘diritto ad inquinare di più’. Esiste perfino una borsa internazionale dove si trattano questo tipo di ‘affari’. E’ chiaro che a livello locale non è necessario arrivare a tali eccessi, che ritengo siano pure eticamente scorretti, ma il fissare una ‘quota’ massima di inquinamento ‘a priori’ mi sembra una strategia adeguata per la tutela delle comunità più deboli. Le problematiche connesse all’inquinamento vanno sempre pianificate preventivamente e questo non può che far bene all’ambiente, alla salute pubblica, alla correttezza e alla trasparenza. Si limiterebbe anche quell’inutile dispendio energetico rappresentato da tutte quelle proteste, manifestazioni e cortei ambientalisti o presunti tali, che di ambientalistico hanno solo il nome perchè di fatto il più delle volte perseguono altri scopi e finiscono solo col creare ulteriori disagi. Ma soprattutto ci sarebbero risparmiate quelle lunghe e articolate sceneggiate, con tanti attori e registi ma senza alcun protagonista responsabile, messe in piedi sul ben collaudato palcoscenico della Regione e chiamate Valutazioni di Impatto Ambientale.



Ing. Alberto Di Buono

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