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Ridare speranza ai giovani. Ripristinare l'etica pubblica

La Riflessione del Prof. Aniello Montano.
“Antonio come va? Va male, come vuoi che vada. Mio figlio è fuori. Ha lavorato per un’azienda per un bel po’, ma non è riuscito a trasformare il suo rapporto di lavoro in contratto a tempo indeterminato. Ora l’azienda è in crisi e, mentre i lavoratori stabili sono in mobilità in attesa di una qualche nuova prospettiva di occupazione, lui è fuori, completamente fuori gioco”.
È, questo, uno spezzone di conversazione di qualche giorno fa con un mio vecchio e caro amico. Ma è anche lo specchio della condizione di precarietà e di marginalità sofferta da tanti, tantissimi giovani e dalle loro famiglie. Una condizione di paura e di smarrimento che è sotto gli occhi di tutti, ma che non riesce a guadagnare il centro dell’attenzione, i titoli sulle prime pagine dei giornali. Smarrimento e marginalità che riguarda la stragrande maggioranza dei giovani, indipendentemente dalla loro cultura, dalla loro professione o mestiere. Molti giovani ricercatori, formati per essere il futuro della ricerca scientifica e culturale italiana, se occupati vengono licenziati e se impegnati a cercare un’occupazione nei laboratori, negli enti di ricerca o nelle università si vedono sbarrare le porte in faccia, perché la parola d’ordine è il blocco delle assunzioni negli enti pubblici e la mano libera ai privati nello smantellare le loro aziende in Italia per portarle altrove, dove lo sfruttamento delle intelligenze e delle braccia è possibile con maggiore facilità. Lo stesso vale per giovani operai, tecnici, impiegati, ma anche per medici, architetti, ingegneri et sic de caeteris. A fronte di questo furto del diritto dei giovani a godere del presente e a guardare con fiducia al domani, alla possibilità di farsi una famiglia, di mettere al mondo dei figli, di allevarli, educarli, dando loro sostegno e fiducia, c’è lo spettacolo degradante dal punto di vista umano e morale, oltre che civile e politico, di un ceto di profittatori che non esita a servirsi di tutti i mezzi, dalla collusione con il malaffare all’evasione totale delle tasse, dalla sottrazione della ricchezza prodotta dai lavoratori italiani per portarla nei paradisi fiscali al disprezzo delle leggi dello Stato e alla trasgressione volgare di quelle morali. Il tutto sotto il segno del liberismo più sfrenato, del liberismo economico senza altra regola che l’interesse dei grandi finanzieri privati, del nuovo moloch, del nuovo idolo che si impone su tutti e su tutto, la finanza mondiale. Finanza che può permettersi impunemente di attaccare l’economia di un Paese fino a portarlo allo stremo e alla banca rotta; che può gonfiare ad arte i mercati creando una bolla speculativa che, scoppiando, mette in crisi l’economia mondiale, per riprendere subito dopo il proprio gioco speculativo. Questo liberismo sfrenato, questo egoismo corrotto, corruttore e senza remore, spinto fino all’irrisione delle sofferenze altrui, com’è il caso della iena ridens nella notte del terremoto de L’Aquila, sembra essersi insinuato, stando alle notizie che corrono, nei gangli stessi dell’amministrazione pubblica, contagiando, fatte le debite eccezioni, funzionari pubblici e rappresentanti del ceto politico. Attenta come sempre ai fenomeni sociali e politici, la Chiesa italiana è intervenuta sull’argomento con un documento dettagliato e preciso, messo a punto dalla Conferenza Episcopale, dal titolo “Per un Paese solidale. Chiesa italiana e Mezzogiorno”. Il documento stigmatizza il crescere dell’egoismo, individuale e corporativo, un po’ in tutta l’Italia, con il rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della ridistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”. Ma va ben al di là della semplice denuncia. Assume il tono di una dettagliata requisitoria e di una bozza di proposta. Per i Vescovi italiani, il male del Mezzogiorno è “la criminalità organizzata”, definita “un vero e proprio cancro”, una “tessitura malefica che avvolge e schiavizza la dignità della persona”, che favorisce “l’incremento della corruzione, della collusione e della concussione, alterando il mercato del lavoro, manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanistiche e nel sistema delle autorizzazioni e concessioni, contaminando così l’intero territorio nazionale”. I Vescovi, però, denunciano anche il pericolo concreto dell’assuefazione a questo fenomeno. Scrivono, infatti: “Il male viene ingoiato. Non si reagisce. La società civile fa fatica a scuotersi. Chiaro per tutti il giogo che ci opprime. Le analisi sono lucide ma non efficaci. Si è consapevoli ma non protagonisti”. Tutto questo consente l’espandersi dell’illegalità ben oltre “il fenomeno mafioso”, permettendo il dilagare di “attività illecite non sempre collegate alle organizzazioni criminali, ma ugualmente deleterie (usura, estorsione, evasione fiscale, lavoro nero…)”. Questa “carenza di senso civico” “compromette sia la qualità della convivenza sociale sia quella della vita politica e istituzionale, arrecando anche in questo caso un grave pregiudizio allo sviluppo economico, sociale e culturale”. “Per coltivare la speranza”, l’Episcopato italiano propone la ripresa e il rilancio del “Progetto Policoro”, nato nel 1995 ad iniziativa dei Vescovi del Mezzogiorno, fondato su “una nuova forma di solidarietà e condivisione, che cerca di contrastare la disoccupazione, l’usura, lo sfruttamento minorile e il ‘lavoro nero’”. I Vescovi, però, sono perfettamente consapevoli del valore più educativo che risolutivo di questo progetto. In una situazione assai difficile, però, hanno inteso richiamare la società civile al dovere di scrollarsi di dosso il torpore in cui sembra bloccata e a prendere nelle proprie mani il proprio destino. Una mano in tal senso, in aggiunta a quella dei vescovi, potrebbe venire dai tanti politici onesti, presenti nella maggioranza e nell’opposizione, a livello nazionale e locale. Sono essi che debbono avvertire il dovere di uscire dalla zona grigia in cui spesso si trovano e dare un segnale chiaro e forte della loro volontà di contribuire a ripristinare l’etica pubblica per additare ai giovani e alla società tutta una nuova frontiera della speranza.
Prof. Aniello Montano
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