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"Più si riesce a guardare indietro, più si riuscirà a vedere il futuro"

La Riflessione... di Espedito Marletta.
Un pò come in molti idiomi africani non esiste il verbo al futuro ma solo un' arrangiata forma del modo indicativo presente...
Fare un’analisi dei risultati di queste ultime elezioni regionali è come leggere un giallo di Agata Christie ......... alla fine non si trova mai un solo colpevole ma sempre più di uno! Cominciamo dal prendere atto che il 35% di astensionismo (un italiano su tre) ha voluto “esprimere un voto” evidente, chiaro, innegabile, del malcontento, della delusione, della sfiducia crescente di larga parte della popolazione proprio nei confronti di quella che viene rappresentata “l’istituzione del futuro”, ovvero di quell’ente regionale diventato crocevia indispensabile per ogni programma di sviluppo e di autonomia del territorio.
Di conseguenza entrambi i maggiori partiti (PdL e PD) retrocedono, sia in voti che in percentuale, significando che la polarizzazione in “partiti-contenitore” nel quale tutti (indifferentemente) possono ritrovarsi, è un processo di esemplificazione che non riesce ad intercettare la complessità dei problemi del nostro paese e non riesce più a collegarsi a strati significativi della popolazione.
Da una parte questa perdita è stata compensata, nello schieramento di centro-destra, dalla notevole avanzata - nell’Italia del Nord - della Lega di Bossi che conquista le due regioni del Piemonte e del Veneto, riuscendo a coinvolgere sia la piccola e media borghesia ed esprimendo una formidabile capacità demagogica su tematiche che mettono insieme sia la piccola e media borghesia imprenditrice del Nord che larghi strati della classe lavoratrice e di precariato.
Dall’altra parte anche il PD perde colpi, persino nelle tradizionali «regioni rosse», e va a fondo nel Meridione: il suo progetto politico non riesce ad affermarsi limpidamente, e ciò acuisce le contraddizioni fra le sue diverse componenti e i loro conflitti sulle alleanze da praticare (con l’Italia dei Valori in crescita, e/o con l’UdC). In Campania, ad esempio, non è bastata la precoce intuizione del candidato del centrosinistra De Luca di dare credibilità al suo progetto politico, utilizzando lo slogan estremo “cambierà tutto”, per affrancarsi dal peso di oltre un decennio di bassolinismo inteso come sistema politico degenerato a “sistema di potere” responsabile del mancato decollo di questa regione.
L’elettorato ha considerato vero cambiamento quello di cambiare coalizione politica alla guida della regione Campania.
I processi di cambiamento non si possono improvvisare durante la campagna elettorale, non possono essere sempre evocati e mai praticati; si costruiscono nel tempo e vengono percepiti tali solo se solcano in profondità il terreno del malessere e dei ritardi della nostra regione: non si realizzano certo continuando con l’alchimìa di cui si serve, in particolare il partito democratico, nel costruire le coalizioni e nell’individuare le candidature. Il caso Puglia ne è la testimonianza: Vendola interpreta la volontà di cambiamento dopo averne dato testimonianza di capacità, ma ciononostante ha dovuto fare i conti con il “gelatinoso” approccio del formarsi delle coalizioni del centrosinistra in occasione di questa tornata elettorale regionale. E’, pertanto, nella pratica della politica qualunquista che il ceto politico periferico del partito democratico sta mettendo in discussione l’onesta e credibile leadership di Bersani, unica svolta possibile.
Ma in questa tornata elettorale disastroso è stato anche il risultato dei partiti della sinistra (Sinistra Europea, Rifondazione Comunista, PdCI, Verdi) che ha ottenuto, su scala nazionale, un misero 2,9 % dei voti, dimostrando - come forza politica - il suo carattere sempre più residuale ed incapace di intercettare il voto dei conflitti territoriali e sociali. Prova ne è che in alcune regioni certe esigenze di denuncia e di protesta sono state raccolte e interpretate, sia pure in forma quasi spontanea, da un nuovo raggruppamento come il «Movimento Cinque Stelle», che ha saputo abilmente utilizzare le forme e gli strumenti più moderni della comunicazione di massa. Ebbene, per non distinguersi dall’andamento nazionale e regionale, il risultato elettorale locale esprime le stesse contraddizioni politiche generali e forse anche qualcosa in più. Innanzitutto l’elettorato acerrano non accetta favorevolmente chi improvvisa una candidatura alla regione fidando sui consueti calcoli opportunistici, senza accorgersi di essere scarsamente rappresentativi di una qualche realtà politico/sociale/culturale; e ciò può riferirsi di tutti i candidati della nostra città. Di fatto, l’elettorato acerrano ha individuato e premiato le candidature dotate di quella sorte di valore aggiunto derivante dalla riconosciuta militanza politica e/o identità istituzionale del candidato, dall’affidabilità di chi è stato coinvolto nelle questioni del nostro territorio anche quando non ci sono le elezioni, oppure da chi si è proposto con un rapporto convincente con il cittadino che vuole tornare a sentirsi protagonista del proprio voto. Infatti, benché non espressione del nostro territorio, sono stati premiati dal consenso elettorale quelle candidature che nel tempo hanno saputo costruire e mantenere un rapporto con il nostro territorio o direttamente o attraverso legami politici con realtà e soggetti politici del nostro territorio. E aldilà dei nuovi equilibri politici da declinare nell’amministrazione comunale sulla base del risultato elettorale, il tema vero che oggi si impone nell’agenda politica dell’amministrazione comunale di Acerra è: come riallineare il rapporto con la regione Campania ora che i padrini/padroni politici bassoliniani, su cui fidava molto quest’amministrazione comunale, loro per primi sono alla ricerca di garanzie per trovarsi un posto di lavoro? E le forze politiche e le candidature che hanno riscosso un grande risultato nella nostra città, oltre i manifesti di ringraziamento e di auguri di buona Pasqua, sapranno responsabilmente trasformare tale consenso elettorale in elementi di forza sulle grandi questioni di sviluppo che riguardano il nostro territorio e fare uscire la nostra città da quel ruolo subalterno in cui è stata relegata in questo quasi primo anno di vita amministrativa?Un pò come in molti idiomi africani non esiste il verbo al futuro ma solo un’ arrangiata forma del modo indicativo presente, così l’amministrazione comunale ha operato finora, caratterizzandosi per una mediocre gestione del quotidiano, senza cultura politica prima ancora che di strategìa politica, e conducendo nel porto delle nebbie ogni prospettiva di futuro per Acerra.
In tale contesto politico regionale e locale la Federazione della Sinistra doveva e poteva essere più incisiva, valorizzando le tante realtà amministrative in cui Rifondazione Comunista è presente ed apprezzata, piuttosto che “bruciare” il portavoce nazionale Ferrero: il risultato è stato quello che in una Campania dai mille problemi e dalle mille risorse si è tenuta una campagna elettorale “ideologica”, ovvero proposta su battaglie ideologiche e di principio che mal si sono coniugate con l’urgenza dei problemi che vive la gente.
E tale errore è stato fatale proprio in Acerra, laddove Rifondazione Comunista nel recente passato ha conseguito rilevanti successi elettorali fino ad esprimere una significativa un’esperienza di governo cittadino che ha saputo sapientemente coniugare una buona operatività politico/amministrativa con i complessi temi dello sviluppo della nostra città, senza mai rinnegare la matrice ideologica di provenienza. Spiace dirlo, ma sembra che la stessa Rifondazione Comunista locale in quest’ultimo anno si sia fatta contaminare da quelle alchimìe delle formule politiche che nascono in funzione di campagne elettorali a danno delle discussioni sulle questioni strategiche del nostro territorio: a cominciare da un incomprensibile e malizioso manifesto sull’Interporto di Maddaloni/Marcianise fino al poco incisivo comizio di primavera tenuto da Ferrero in Piazza Castello. Forse le ultime tre disastrose tornate elettorali, dal 2008 ad oggi, non hanno chiarito abbastanza che la prospettiva futura della sinistra è quella di uscire da un’ottica tutta autoreferenziale, misurandosi con il territorio ed i suoi problemi come la recente esperienza amministrativa ha dimostrato qua ad Acerra?
Il problema è che a sinistra l’autoreferenzialità è ancora molto diffusa e questo è un limite speculare a quello dell’autoreferenzialità teorizzata dal PD due anni fa proprio per emarginare la sinistra e che, spero, almeno Bersani riesca a buttare alle ortiche. In Puglia, infatti, Nichi Vendola, con il doppio successo (prima su D’Alema e adesso alle regionali) ha dimostrato che c’è ancora spazio per costruire una prospettiva politica interessante a condizione che la sinistra sappia ripensare, ammodernare e trovare le parole per definirsi, guardando sempre in due direzioni: alla propria storia ed al rapporto con gli altri, a partire dai potenziali alleati.
Espedito Marletta
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