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La formazione intellettuale e professionale dei giovani come antidoto alla crisi

La Riflessione del Prof. Aniello Montano.
La crisi che sta devastando il mondo e logorando individui e società non è solo crisi economica. È anche, se non soprattutto, crisi morale e crisi formativa.
La crisi che sta devastando il mondo e logorando individui e società non è solo crisi economica. È anche, se non soprattutto, crisi morale e crisi formativa.
Da più parti si teme che i singoli soggetti siano travolti come fuscelli dal ritmo incalzante degli eventi. La velocità con cui si susseguono i fatti storici impedisce soprattutto ai più giovani di riflettere su di essi, di comprenderli e valutarli Da questa situazione nasce una sorta di disorientamento, di perdita di punti certi di riferimento. Da qui lo sgomento e il conseguente rifiuto ad interessarsi dei fatti importanti della vita collettiva. E da qui l’attaccamento al particolare, al futile, al gioco, nella convinzione, errata, che sia inutile impegnarsi in cose importanti. All’etica della responsabilità e dell’impegno succede l’etica della distrazione e si genera quel comportamento che nel linguaggio giovanile è indicato da un’espressione sintetica e lapidaria: “Che tengo ’a vedé”, che è la dichiarazione della resa completa, del lasciarsi andare, del farsi catturare dagli eventi e fare tutt’uno con essi, senza alcun distacco e senza alcuna autonomia di giudizio.
Quando la complessità e la velocità degli eventi è tale da rendere impossibile ai molti di camminare al passo con i tempi, di vivere consapevolmente l’attualità, di inserirsi nel mondo del lavoro che cambia, c’è bisogno di riflettere e concentrare la propria attenzione sul perché di questa impossibilità ad essere padroni di se stessi, ad essere attori, e non vittime, della storia di cui si è parte. Per realizzare tutto questo, c’è bisogno di maggiore formazione, di una formazione di più alto profilo.
Nella ricerca e nell’eventuale conquista di questa autonomia intellettuale e di una maggiore qualificazione professionale i libri sempre, ma soprattutto nel periodo della formazione, svolgono una funzione essenziale, giocano un ruolo insostituibile. Il tempo impiegato per leggerli e per capirli, a prima vista, sembra tempo sprecato o male impiegato al fine della realizzazione di un guadagno immediato. Quel tempo, invece, è tempo guadagnato, soprattutto per i giovani, per la conquista di una loro autonomia intellettuale e morale. L’indice indicativo di una personalità libera, autentica, resistente alla manipolazione fascinatrice delle varie propagande è , infatti, il possesso di una forte personalità e di un’originalità di giudizio.
La lettura attenta e riflessiva ha un profondo valore morale, specialmente in un periodo difficile come il nostro. Una buona formazione di base aiuta poi a formarsi un’ottima formazione professionale e, in un mondo fatto di concorrenza, favorisce nella gara per l’affermazione. In un mondo tutto ripiegato sulla propaganda la lettura intelligente può servire da antidoto, può produrre una sorta di igiene mentale.
Educando la ragione a fare un uso libero e disinteressato delle sue capacità, a mettere in questione ogni affermazione e ogni abitudine, a rifuggire da ogni sorta di quietismo spirituale, la cultura acquisita con la lettura assidua e sistematica si accredita come forma privilegiata di sapere, tale da contribuire efficacemente a strutturare una personalità libera e duttile, autonoma e disponibile al confronto. La libertà, infatti, coincide con la possibilità di osservare e valutare criticamente la realtà e con la capacità di sottrarsi al caotico e magmatico mondo dell’esperienza non filtrata attraverso l’uso sistematico di una ragione educata al rigore logico.
Il rigore intellettuale, prodotto dalla lettura e dall’assimilazione dei contenuti dei libri, ci rende attenti, ci spinge a valutare le situazioni, a formarci un nostro personale punto di vista sugli eventi e sui tempi in cui viviamo. Ci rende, per quanto possibile, padroni di noistessi e non schiavi delle mode e dei comportamenti impersonali, indotti dall’abitudine e dallo spirito del gregge. Ci fa essere persone, strappandoci alla vita anonima e impersonale. Ci carica di doveri, ma ci permette di esercitare il diritto alla libertà mentale, all’autonomia del giudizio personale. Ma favorisce anche la capacità di esercitare professioni e mestieri ad un livello qualitativamente più alto.
Per avere conferma dell’importanza ai fini di una formazione più qualificata della lettura riflessiva e, quindi, delle biblioteche basterà osservare che, da sempre, ovunque popoli e Stati hanno realizzato efficaci processi di integrazione sociale e si sono resi protagonisti attivi della storia, là sono nate biblioteche. Al contrario ogniqualvolta un popolo o uno Stato vivono la disgregazione sociale ed escono dal club dei veri protagonisti della storia, là vengono bruciate o distrutte le biblioteche, e, nei casi di guerra, vengono trafugati e portati altrove dai vincitori i libri e tutto quanto attiene alla cultura.
Si ha notizia, ad esempio, della formazione di una biblioteca a Nìnive nel VII secolo a.C. quando il re assiro Assurbanipal estende il suo dominio militare e culturale su un’ampia regione. I testi allora erano incisi su tavolette di argilla cotta e contenevano opere letterarie, poemi epici, miti, formule religiose e magiche. Aristotele, nel trasmettere i suoi libri al discepolo Teofrasto, costituì di fatto la prima biblioteca della cultura occidentale; una biblioteca da cui il cristianesimo e, con esso, la cultura scientifica, letteraria, filosofica, retorica ed etica di tutto l’Occidente hanno ricavato gli elementi portanti della loro struttura teorica. La grande biblioteca di Alessandria, cui si fa cenno nel film di Amenabar, Agorà, si forma e si sviluppa mano a mano che cresce e si afferma, nel periodo ellenistico, la potenza dei Tolomeo. Viene bruciata e distrutta nel momento di declino di quello Stato e di quel potere, nel V secolo d.C.
A Roma, il grande Cicerone può lavorare come scrittore e filosofo grazie alla possibilità di consultare i libri della fornitissima biblioteca del suo amico Attico, al quale indirizza importanti Lettere. In quello stesso periodo di tempo, un’altra biblioteca si forma nella Villa dei Papiri ad Ercolano, nella casa che probabilmente fu del suocero di Giulio Cesare. Questa biblioteca, con Filodemo di Gadara e altri autori di cultura epicurea, fu un faro di cultura per molti autori latini, tra i quali il grande Virgilio.
In età cristiana, le prime raccolte di libri si formano nei conventi e nelle curie vescovili. Là si conservano libri dell’antica cultura classica e della nuova cultura cristiana prodotta dai padri della Chiesa. Là gli studiosi dell’età umanistica cercano e trovano i classici delle humanae litterae, che servono da base per la nuova cultura, libera e critica, e per la nuova civiltà moderna. Libri che aiutano, soprattutto, ad affermare l’idea della storicità dei prodotti spirituali dell’uomo, che favoriscono l’avanzamento civile e, soprattutto, che ingentiliscono gli animi. Senza le biblioteche dei conventi e delle curie episcopali molta cultura classica sarebbe andata perduta e l’Occidente e l’Italia in particolare non avrebbero conosciuta quella grandiosa e rigogliosa stagione culturale, politica ed economica, che va sotto il nome di Rinascimento.
Nella nostra Napoli, nel 1453, alla corte di re Alfonso d’Aragona, detto il Magnanimo, si forma una grande biblioteca, all’interno della quale si riunisce una folta schiera di dotti, dando vita all’Accademia Pontaniana, ancora oggi attiva nei bei locali dell’ex collegio dei Gesuiti, nel cortile del Salvatore, a via Mezzocannone. Con Alfonso, Napoli fiorisce e fiorisce, insieme alla civiltà delle lettere, l’economia. Con la crisi del potere aragonese, seguita dalla discesa in Italia di Carlo VIII, la biblioteca di Alfonso viene smembrata e la parte più importante e interessante del suo patrimonio librario è trasportata a Parigi.
Con il papa Sisto V, di origini contadine ma di grande energia religiosa e politica, nasce, in pieno Cinquecento, la prima biblioteca pubblica, aperta a quanti desideravano formarsi sui libri: è la nascita dell’ancòra oggi ricca e importante Biblioteca Vaticana. Nel corso dell’Ottocento nascono poi le Biblioteche Nazionali, prima in Inghilterra, subito dopo in Francia e poi in tutti gli altri Stati.
Avere a disposizione una biblioteca è, perciò, un fatto importante, ma non sufficiente. C’è bisogno di far vivere quella biblioteca. Di incrementarla. Di dotarla delle risorse necessarie per renderla attraente, in grado cioè di attirare soprattutto i giovani, per invogliarli alla lettura, alla riflessione critica, al confronto e al dialogo. Per consentire loro di formarsi per affrontare le sfide cui sono chiamati dalla società e dalla vita. La biblioteca deve essere un luogo attivo, frequentato, considerato familiare, in quanto luogo d’incontro con autori del passato e del presente. Luciano di Samosata, lo scrittore greco del II secolo d.C, autore dei Dialoghi dei morti, scrisse un trattatello dal titolo emblematico Contro un ignorante che si compra molti libri. Luciano voleva affermare il principio sacrosanto che la cultura e la grande professionalità, non provengono dal semplice possesso dei libri, ma sempre e soltanto dalla loro lettura intelligente. In un’epoca più vicina a noi, nel Settecento, e in un luogo a noi familiare, Napoli, il popolo minuto inventò un distico contro il più grande raccoglitore di libri e di oggetti antichi della città, il bibliofilo Giuseppe Valletta, accusato a torto dai suoi detrattori di affastellare ben 18.000 libri nella sua casa-museo ma di non leggerli. Il distico recita: chi non leje li livre, che le ghietta//e, perzò, jetta li tuoie Peppo Valletta.
Indurre i giovani a leggere per formarsi intellettualmente e professionalmente e per resistere all’urto della trasformazione continua della società è una sfida all’altezza del nostro territorio e del nostro modello corrente di società?
Quando la complessità e la velocità degli eventi è tale da rendere impossibile ai molti di camminare al passo con i tempi, di vivere consapevolmente l’attualità, di inserirsi nel mondo del lavoro che cambia, c’è bisogno di riflettere e concentrare la propria attenzione sul perché di questa impossibilità ad essere padroni di se stessi, ad essere attori, e non vittime, della storia di cui si è parte. Per realizzare tutto questo, c’è bisogno di maggiore formazione, di una formazione di più alto profilo.
Nella ricerca e nell’eventuale conquista di questa autonomia intellettuale e di una maggiore qualificazione professionale i libri sempre, ma soprattutto nel periodo della formazione, svolgono una funzione essenziale, giocano un ruolo insostituibile. Il tempo impiegato per leggerli e per capirli, a prima vista, sembra tempo sprecato o male impiegato al fine della realizzazione di un guadagno immediato. Quel tempo, invece, è tempo guadagnato, soprattutto per i giovani, per la conquista di una loro autonomia intellettuale e morale. L’indice indicativo di una personalità libera, autentica, resistente alla manipolazione fascinatrice delle varie propagande è , infatti, il possesso di una forte personalità e di un’originalità di giudizio.
La lettura attenta e riflessiva ha un profondo valore morale, specialmente in un periodo difficile come il nostro. Una buona formazione di base aiuta poi a formarsi un’ottima formazione professionale e, in un mondo fatto di concorrenza, favorisce nella gara per l’affermazione. In un mondo tutto ripiegato sulla propaganda la lettura intelligente può servire da antidoto, può produrre una sorta di igiene mentale.
Educando la ragione a fare un uso libero e disinteressato delle sue capacità, a mettere in questione ogni affermazione e ogni abitudine, a rifuggire da ogni sorta di quietismo spirituale, la cultura acquisita con la lettura assidua e sistematica si accredita come forma privilegiata di sapere, tale da contribuire efficacemente a strutturare una personalità libera e duttile, autonoma e disponibile al confronto. La libertà, infatti, coincide con la possibilità di osservare e valutare criticamente la realtà e con la capacità di sottrarsi al caotico e magmatico mondo dell’esperienza non filtrata attraverso l’uso sistematico di una ragione educata al rigore logico.
Il rigore intellettuale, prodotto dalla lettura e dall’assimilazione dei contenuti dei libri, ci rende attenti, ci spinge a valutare le situazioni, a formarci un nostro personale punto di vista sugli eventi e sui tempi in cui viviamo. Ci rende, per quanto possibile, padroni di noistessi e non schiavi delle mode e dei comportamenti impersonali, indotti dall’abitudine e dallo spirito del gregge. Ci fa essere persone, strappandoci alla vita anonima e impersonale. Ci carica di doveri, ma ci permette di esercitare il diritto alla libertà mentale, all’autonomia del giudizio personale. Ma favorisce anche la capacità di esercitare professioni e mestieri ad un livello qualitativamente più alto.
Per avere conferma dell’importanza ai fini di una formazione più qualificata della lettura riflessiva e, quindi, delle biblioteche basterà osservare che, da sempre, ovunque popoli e Stati hanno realizzato efficaci processi di integrazione sociale e si sono resi protagonisti attivi della storia, là sono nate biblioteche. Al contrario ogniqualvolta un popolo o uno Stato vivono la disgregazione sociale ed escono dal club dei veri protagonisti della storia, là vengono bruciate o distrutte le biblioteche, e, nei casi di guerra, vengono trafugati e portati altrove dai vincitori i libri e tutto quanto attiene alla cultura.
Si ha notizia, ad esempio, della formazione di una biblioteca a Nìnive nel VII secolo a.C. quando il re assiro Assurbanipal estende il suo dominio militare e culturale su un’ampia regione. I testi allora erano incisi su tavolette di argilla cotta e contenevano opere letterarie, poemi epici, miti, formule religiose e magiche. Aristotele, nel trasmettere i suoi libri al discepolo Teofrasto, costituì di fatto la prima biblioteca della cultura occidentale; una biblioteca da cui il cristianesimo e, con esso, la cultura scientifica, letteraria, filosofica, retorica ed etica di tutto l’Occidente hanno ricavato gli elementi portanti della loro struttura teorica. La grande biblioteca di Alessandria, cui si fa cenno nel film di Amenabar, Agorà, si forma e si sviluppa mano a mano che cresce e si afferma, nel periodo ellenistico, la potenza dei Tolomeo. Viene bruciata e distrutta nel momento di declino di quello Stato e di quel potere, nel V secolo d.C.
A Roma, il grande Cicerone può lavorare come scrittore e filosofo grazie alla possibilità di consultare i libri della fornitissima biblioteca del suo amico Attico, al quale indirizza importanti Lettere. In quello stesso periodo di tempo, un’altra biblioteca si forma nella Villa dei Papiri ad Ercolano, nella casa che probabilmente fu del suocero di Giulio Cesare. Questa biblioteca, con Filodemo di Gadara e altri autori di cultura epicurea, fu un faro di cultura per molti autori latini, tra i quali il grande Virgilio.
In età cristiana, le prime raccolte di libri si formano nei conventi e nelle curie vescovili. Là si conservano libri dell’antica cultura classica e della nuova cultura cristiana prodotta dai padri della Chiesa. Là gli studiosi dell’età umanistica cercano e trovano i classici delle humanae litterae, che servono da base per la nuova cultura, libera e critica, e per la nuova civiltà moderna. Libri che aiutano, soprattutto, ad affermare l’idea della storicità dei prodotti spirituali dell’uomo, che favoriscono l’avanzamento civile e, soprattutto, che ingentiliscono gli animi. Senza le biblioteche dei conventi e delle curie episcopali molta cultura classica sarebbe andata perduta e l’Occidente e l’Italia in particolare non avrebbero conosciuta quella grandiosa e rigogliosa stagione culturale, politica ed economica, che va sotto il nome di Rinascimento.
Nella nostra Napoli, nel 1453, alla corte di re Alfonso d’Aragona, detto il Magnanimo, si forma una grande biblioteca, all’interno della quale si riunisce una folta schiera di dotti, dando vita all’Accademia Pontaniana, ancora oggi attiva nei bei locali dell’ex collegio dei Gesuiti, nel cortile del Salvatore, a via Mezzocannone. Con Alfonso, Napoli fiorisce e fiorisce, insieme alla civiltà delle lettere, l’economia. Con la crisi del potere aragonese, seguita dalla discesa in Italia di Carlo VIII, la biblioteca di Alfonso viene smembrata e la parte più importante e interessante del suo patrimonio librario è trasportata a Parigi.
Con il papa Sisto V, di origini contadine ma di grande energia religiosa e politica, nasce, in pieno Cinquecento, la prima biblioteca pubblica, aperta a quanti desideravano formarsi sui libri: è la nascita dell’ancòra oggi ricca e importante Biblioteca Vaticana. Nel corso dell’Ottocento nascono poi le Biblioteche Nazionali, prima in Inghilterra, subito dopo in Francia e poi in tutti gli altri Stati.
Avere a disposizione una biblioteca è, perciò, un fatto importante, ma non sufficiente. C’è bisogno di far vivere quella biblioteca. Di incrementarla. Di dotarla delle risorse necessarie per renderla attraente, in grado cioè di attirare soprattutto i giovani, per invogliarli alla lettura, alla riflessione critica, al confronto e al dialogo. Per consentire loro di formarsi per affrontare le sfide cui sono chiamati dalla società e dalla vita. La biblioteca deve essere un luogo attivo, frequentato, considerato familiare, in quanto luogo d’incontro con autori del passato e del presente. Luciano di Samosata, lo scrittore greco del II secolo d.C, autore dei Dialoghi dei morti, scrisse un trattatello dal titolo emblematico Contro un ignorante che si compra molti libri. Luciano voleva affermare il principio sacrosanto che la cultura e la grande professionalità, non provengono dal semplice possesso dei libri, ma sempre e soltanto dalla loro lettura intelligente. In un’epoca più vicina a noi, nel Settecento, e in un luogo a noi familiare, Napoli, il popolo minuto inventò un distico contro il più grande raccoglitore di libri e di oggetti antichi della città, il bibliofilo Giuseppe Valletta, accusato a torto dai suoi detrattori di affastellare ben 18.000 libri nella sua casa-museo ma di non leggerli. Il distico recita: chi non leje li livre, che le ghietta//e, perzò, jetta li tuoie Peppo Valletta.
Indurre i giovani a leggere per formarsi intellettualmente e professionalmente e per resistere all’urto della trasformazione continua della società è una sfida all’altezza del nostro territorio e del nostro modello corrente di società?
Prof. Aniello Montano
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Dicembre 1999 - Dicembre 2011- "Acerra in tasca" la guida della città di Acerra, edita dalla Casa Editrice Sansone, compie 22 anni











