Sabato, Settembre 04, 2010
   
Testo

I giovani e la sfida dei prossimi anni.

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La Riflessione del Prof. Aniello Montano.
La crisi economica che sta travolgendo il vecchio modo di fare economia ha messo in chiaro in maniera indiscutibile che il mondo della produzione della ricchezza non ha piĂą bisogno di braccia ma di cervelli.

Fino a quando a fare ricchezza è stata l’agricoltura e poi l’industria meccanica bastavano buone braccia e qualche semplice elemento di alfabetizzazione. Non c’ era bisogno di altro. Si trattava di lavoro metodico e rutinario, per il quale erano sufficienti abitudine e perseveranza. Il mondo, inoltre, era caratterizzato da una sorta di regionalismo, in cui ogni Paese aveva una propria autonomia produttiva.  E la divisione tra paese e paese era abbastanza rigida, consentiva pochi scambi commerciali e poca concorrenza. Con la globalizzazione il mondo è diventato un’unica piazza commerciale, con una concorrenza planetaria. I lavori di semplice manualità ormai vengono svolti laddove la mano d’opera costa la metà se non un quarto rispetto ai costi dei paesi economicamente più avanzati. E da lì i prodotti vengono esportati in tutto il mondo. I capitali finanziari si muovono con la velocità del Web e corrono laddove rendono di più. In un quadro di questo tipo la grande industria, alla ricerca di utili sicuri, delocalizza le sue fabbriche e porta le sue produzioni dove il lavoro costa meno. Oppure, nei paesi più sviluppati, mette in essere il ricatto di abbassare la qualità del lavoro in fabbrica, di bloccare o diminuire i salari e di sospendere alcune garanzie conquistate in lunghe lotte sindacali in cambio del mantenimento in loco della produzione. In questa situazione le antiche certezze sembrano crollare. I giovani, soprattutto i giovani, si sentono smarriti. Perdono la fiducia nelle isituzioni pubbliche. Non ricevendo alcun aiuto e alcun orientamento, si rifugiano nel privato, quasi rassegnati a vivere un’esistenza al di sotto delle loro aspettative e, comunque, delle conquiste dei loro padri. Questo ripiegamento produce sconcerto e pessimismo, scarsa capacità di ideazione e paura del futuro. Non sempre consente di affrontare con lucidità la condizione di fatto in cui si trovano a vivere. Il primo luogo del rifugio è la famiglia, poi la piccola patria locale o regionale dove è possibile ancora giocare la carta dell’appartenenza per tentare di acquisire vantaggi, sfruttando la forza del proprio nucleo familiare o del gruppo di potere cui si appartiene o in cui si tenta di entrare. Di qui le due tendenze di una fetta non piccola dei nostri giovani. Alcuni, non avendo ancora maturata la piena consapevolezza della mutata realtà sociale ed economica, continuano a vivere nell’immediatezza, senza eccessive preoccupazioni per il futuro. Ostentano sicurezza e indifferenza per tutto ciò che non rientra nel godimento dell’oggi. Affollano le piazza e gli angoli della città, trasformandoli in veri e propri salotti stradali. Incosciamente si affidano al fato, nella convinzione che poi certamente le cose andranno per il meglio. Altri, invece, più consapevoli e più preoccupati del domani, si industriano per costruire una rete di conoscenze, per entrare in un gruppo di potere da cui al momento opportuno ricevere aiuto e sostegno. Si organizzano. Entrano in movimenti politici o costituiscono gruppi di opinione a favore di singoli politici accreditati e influenti sul territorio. Quello che salta agli occhi è la scarsa attenzione di molti giovani alla loro formazione, alla conquista di un’eccellenza, realizzata utilizzando al massimo il talento e l’impegno. Come se avessero una scarsa fiducia nelle loro capacità e nelle loro forze e una sorta di rifiuto per l’etica del lavoro e dello sforzo personale. Tutto questo è il frutto amaro di una società bloccata, ancora prigioniera della “cultura del demerito”, in cui per fare carriera conta poco la formazione professionale, la duttilità dell’intelligenza e la creatività, acquisite con lo studio serio e approfondito. Per questo non chiedono con forza istituzioni in grado di offrire loro maggiori opportunità formative, una conoscenza più organica del sapere, che li metta in grado di acquisire una professionalità da spendere ad un livello più alto e comunque tale da farli competere con i loro coetani a livello nazionale e internazionale. Le misere opportunità di formazione comportano di conseguenza altrettanto misere opportunità di lavoro. Producono il radicarsi della convinzione che a fare la fortuna di ognuno non sono il talento, l’impegno e le capacità professionali, ma la forza del proprio nucleo familiare o la protezione di un gruppo di potere. Con la conseguenza del ristagno e poi del lento ma inesorabile declino dell’ economia sana, resa asfittica dalla mancata innovazione e dall’assenza di ogni forma di creatività e, cosa ancora più grave, schiacciata da forme di economie parassitarie, pronte alla corruzione dei poteri pubblici per lucrare guadagni illeciti a danno della comunità e in combutta con organizzazioni dedite sistematicamente al crimine. Tutti quanti noi dovremmo ricordarci che ciascuno è quello che riesce a diventare con la forza della sua intelligenza, del proprio carattere e del proprio impegno. Eraclito di Efeso, filosofo greco del V secolo avanti Cristo, affermava che per ciascuno il proprio carattere è il proprio destino. E Democrito di Abdera, nella stesa Grecia del V secolo, osservava che la cultura forma il carattere e, nel formarlo, costituisce la natura di ciascuno. Con la rivoluzione americana del 1776 e quella francese del 1789 e con l’affermarsi delle libertà individuali, frutto del liberalismo, ciascuno è responsabile della propria riuscita nella vita. Ha il proprio destino nelle proprie mani. Sarà quello che sarà in grado di diventare con la forza della sua intelligenza e del suo impegno. Bisogna, perciò, nutrire maggiore fiducia in se stessi e avere maggiore ambizione. Chiedere più formazione di qualità e non aver paura della competizione con gli altri. In un’economia così globalizzata, ad esempio, sarebbe bene, nel nostro piccolo, chiedere corsi gratuiti di inglese, aperti a tutti i giovani dalle elementari all’università, per avere il possesso sicuro di uno dei più importanti e necessari strumenti di accesso al mercato del lavoro, e chiedere istituzioni in grado di offrire formazione di alta qualità e di esigere in modo rigoroso un impegno adeguato e corrispondente alla qualità dell’offerta.



Prof. Aniello Montano

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