Martedì, Maggio 22, 2012
   
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Le ragioni di una crisi lunga quattro consiliature

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La nuova normativa sulla elezione dei Sindaci aveva come obiettivo primario la stabilità amministrativa. Con l’elezione diretta si voleva sottrarre la figura del Sindaco al gioco dei veti incrociati e alla contrattazione continua da parte dei gruppi consiliari. A onore del vero, la nuova legge ha perlopiù centrato l’obiettivo.

 

La nuova normativa sulla elezione dei Sindaci aveva come obiettivo primario la stabilità amministrativa. Con l’elezione diretta si voleva sottrarre la figura del Sindaco al gioco dei veti incrociati e alla contrattazione continua da parte dei gruppi consiliari. A onore del vero, la nuova legge ha perlopiù centrato l’obiettivo. Nella stragrande maggioranza dei casi, i Sindaci, espressione diretta della volontà popolare, hanno potuto governare con una relativa tranquillità per la durata intera del mandato e il più delle volte sono stati ripresentati per chiedere un secondo mandato. Questa reiterazione dell’incarico serve per mettere in condizione un Sindaco di avere tempo sufficiente per impostare un programma e lavorare tranquillamente per portarlo a compimento. Quello che è riuscito altrove, non è riuscito ad Acerra. Dal primo Sindaco eletto con la nuova normativa, Immacolata Verone, all’ultimo in ordine di tempo, Tommaso Esposito, nessun Sindaco eletto direttamente ha avuto vita facile durante l’espletamento del proprio mandato e nessuno è stato ripresentato per un secondo mandato. Non è mia intenzione, qui e ora, tentare un’analisi del lavoro svolto da ognuno dei quattro Sindaci che si sono succeduti nella carica in questi anni. Non ne ho la competenza e non dispongo degli atti amministrativi da cui desumere quantità e qualità dei provvedimenti adottati e dei risultati conseguiti. Quello che impressiona è che persone di diversa estrazione politica, di differente formazione umana e culturale, con esperienze di vita e di lavoro varie, con energie morali e tensioni civili diversamente declinate, abbiano tutte trovato difficoltà non di lieve conto, fino a subire tutte la bocciatura dalla loro stessa parte politica. Nessuno di loro è caduto per mano del “nemico”. Tutti abbattuti dal “fuoco amico”. Se fossero stati tutti della medesima parte politica, la diagnosi di questa “tragedia” sarebbe facile. Si potrebbe dire che quella parte politica, pur sapendo vincere le elezioni, non è poi in grado di governare. E la soluzione sarebbe a portata di mano. Si potrebbe cambiare lo schieramento politico incaricato di amministrare la Città. Purtroppo non è così! I quattro Sindaci scelti dall’elettorato sono stati espressioni di coalizioni che vanno dal centro-sinistra allargato a quello ristretto, comprendendo anche un Sindaco del centro-destra. La domanda, allora, è la seguente: “È possibile mai che schieramenti diversi, nel corso di oltre un quindicennio, hanno sempre sbagliato a indicare la persona da sottoporre al giudizio popolare per l’elezione a Sindaco?”. E, ancora: “È possibile mai che l’elettorato, in ben quattro tornate elettorali, abbia commesso lo stesso errore?”. Se la risposta a tutte e due le domande fosse “Sì, è possibile!”, dovremmo prendere atto che forze politiche ed elettorato si trovano in una condizione di smarrimento talmente grave da fare scelte sbagliate congiunte e ripetute. Non ritengo, però, che questa sia la risposta giusta ai due quesiti. A mio avviso, seppure con competenze tecniche e note caratteriali differenti, tutti e quattro i Sindaci eletti hanno tentato di amministrare Acerra. E ritengo pure che, indipendentemente dalla loro appartenenza all’uno o all’altro schieramento, alcuni di loro abbiano preso anche, seppure in settori diversi, alcune decisioni che andavano nel verso giusto. A questo punto nasce un’altra domanda: “Di quale malattia più profonda e occulta, allora, potrebbe essere sintomo questa fragilità e instabilità amministrativa?”. E ancora: “Cosa c’è nella società acerrana che la rende così frantumata, divisa, corriva, per cui tutti sembrano nemici di tutti, fino al punto da non essere in grado, pur disponendo di un ampio bacino elettorale, di esprimere una rappresentanza stabile in Consiglio regionale e nel Parlamento del Paese?”. Probabilmente la risposta a questi due ulteriori interrogativi è che la Città nel suo insieme, ma in primis le forze politiche, non hanno chiara in mente l’idea di cosa debba diventare questo territorio e di come programmarlo. Non dispongono di un progetto di sviluppo comune da realizzare nel tempo, seppure ognuno con strumenti e strategie ispirate al proprio retroterra ideologico-politico. Questa mancanza di progetto complessivo non consente un riconoscimento reciproco e neppure una vera identità di vedute all’interno di ciascuno schieramento. Tutto questo produce frammentazione, individualismo, mancata trasparenza negli intenti e nelle proposte,diffidenza, inimicizia, avversione e talvolta e in taluni perfino odio. Produce, per dirla tutta, un clima avvelenato, che rende aspra la vita politica e che comincia a insinuarsi anche nei rapporti all’interno della società civile. E fa sì che la selezione della classe politica avvenga non su progetti seri di sviluppo della città, ma in ragione di favoritismi di piccolo cabotaggio. Di questo passo la Città non va da nessuna parte. Si possono cambiare Sindaci e maggioranze, il combinato disposto di assenza di progetto e di frantumazione politica dentro e fuori i diversi schieramenti non consentirà alla Città di decollare. Non tutti i mali, però, vengono per nuocere. Speriamo che il tempo della gestione commissariale possa essere utilmente sfruttato perché i due schieramenti producano un’idea, un progetto di sviluppo possibile e credibile per questo nostro territorio e che possano, poi, lealmente concorrere, ognuno con i propri uomini e le proprie idee, a confrontarsi per realizzarlo. Progetto che deve tener presente la vocazione del territorio e le realizzazioni già presenti o programmate su di esso, come l’ipermercato, la stazione di porta della TAV e altro. A partire da queste preesistenze, con la consulenza di urbanisti, economisti, sociologi del territorio, va elaborata l’immagine della città. Deve diventare una città terziaria a servizio e supporto della grande metropoli vicina, con parchi a tema, alberghi, servizi, un parco archeologico, un’agricoltura biologica di qualità o qualcosa d’altro? Le linee del progetto, una volta individuate, vanno discusse con le forze sociali ed economiche, con i giovani e con i cittadini, per far sì che possano essere condivise e diventare patrimonio della città intera. Lo fece a suo tempo De Luca a Salerno. In quindici anni ha trasformato la città e gode ancora di un larghissimo favore popolare. In mancanza di questo progetto, voteremo altre volte e altrettante altre volte ci troveremo punto e daccapo, in una situazione di rissa continua, in cui ognuno accusa tutti gli altri d’incompetenza e di corruzione. E la Città, prostrata e derelitta, rimarrà preda dell’ingordigia esterna. Diventerà sempre più il centro di raccolta, la discarica, di tutto il negativo che la città di Napoli e la Regione Campania non sapranno in quale altro luogo scaricare. Sul nostro territorio, tra qualche lustro, potrebbero essere trasferiti forzosamente gli abitanti della parte storica di Napoli, di quei quartieri tra via Toledo e Corso Vittorio Emanuele, che, edificati nel XV secolo per sistemare le truppe spagnole, godono da sempre di cattiva fama. Nei progetti di risanamento e recupero del centro storico di Napoli, infatti, i quartieri spagnoli potrebbero far gola per la loro ubicazione centralissima e per la loro estensione di circa 800.000 metri quadrati.

 

 

​Prof. Aniello Montano

 

 

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