Martedì, Maggio 22, 2012
   
Testo

Alla cortese attenzione del direttore di Tablò

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Ti chiedo la disponibilità di ospitare la pubblicazione, in modo continuativo, di articoli redatti dallo scrivente come spunti di riflessione su piccole e grandi questioni della politica/amministrativa, in generale e riguardante il nostro territorio.

Si tratta, dal mio punto di vista, di dare continuità ad un impegno politico/civile che, dopo le vicende amministrative, continuo ad esercitare, con immutato senso di responsabilità, in altre forme ed in altre vesti. Lo scioglimento del Consiglio Comunale avvenuto in modi e luoghi lontani da un dibattito politico sui problemi della nostra città e la consegna di Acerra nelle mani di un Commissario Prefettizio, non mi hanno meravigliato più di tanto sul conseguente scadente profilo politico programmatico che ha avuto la campagna elettorale per le elezioni amministrative del 22 giugno scorso. Quello che mi preoccupa è l’ avvilente assenza di disegno strategico per la nostra città e la scarsa capacità di governo politico/programmatico che si fonda, sostanzialmente, su un ruolo apatico e subalterno che i soggetti politici locali hanno nei confronti dei loro referenti politici “oltre il ponte di Napoli”. Fatta questa breve, ma doverosa premessa, rientro subito nei ranghi del pubblicista, prospettandoti la pubblicazione di articoli su argomenti che affrontano questioni chiave dell’agire politico/amministrativo, locale e generale, sperando di suscitare nel lettore di Tablò ulteriori riflessioni per una generale rivitalizzazione del dibattito politico/culturale della nostra città e di interrompere il declino cui sembra condannata Acerra.
Il principio di sussidiarietà visto “dal basso”
Qualche anno fa la riformulazione dell’art. V della Costituzione ha attribuito, all’art.117, la potestà legislativa generale in capo alle regioni, riservando allo Stato la legislazione esclusiva in pochissime materie, tassativamente elencate. Vi è poi un elenco di materie a legislazione concorrente, ovvero con norme di principio fissate dallo Stato e specificazione ad opera della legge regionale alla quale, peraltro, è affidata tutta la potestà regolamentare. Contemporaneamente l’art. 118 ha attribuito (non delegato) la funzione amministrativa ai comuni, salvo –ai fini dell’esercizio unitario- l’intervento di città metropolitane, province e regioni in base ai principi di proporzionalità, adeguatezza e, soprattutto, sussidiarietà: il baricentro dell’attività amministrativa è diventato il Comune, cui sono attribuite –in prima battuta ed in via generale- le funzioni amministrative, quando non ricorrano esigenze di esercizio unitario. Non vi è più un sistema gerarchico che prevede che il superiore abbia tendenzialmente tutti i poteri dell’inferiore, sicché può avocare a sé stesso quanto sta svolgendo un suo subordinato. Il principio di sussidiarietà riconosciuto dalla norma, al contrario, è che l’ente più vicino ai cittadini svolge quanto è nelle sue capacità e, solo in caso di insufficienza dei suoi poteri, chiede l’intervento dell’ente sovraordinato. Con il principio di sussidiarietà così come è configurato dal nuovo ordinamento, pertanto, si procede in senso opposto: il potere è dell’inferiore ed il superiore interviene quando richiesto. Nella vita politica del nostro paese, invece, la declamazione del principio della sussidiarietà da parte di tutti i livelli di governo sovracomunali non è stata accompagnata da una concomitante stagione di trasferimento dei mezzi e delle risorse tese a rafforzare le attività conferite al sistema delle autonomie locali che, al pari dello Stato, delle regioni e delle province, rappresentano il territorio e le comunità. Un conto è il caso dell’avocazione di poteri del governo in occasione di situazioni eccezionali, come nel caso del terremoto in Abruzzo: i risultati ottenuti già a cinque mesi di distanza, ovvero della consegna di 300 appartamenti antisismici ogni settimana, sono stati raggiunti con i poteri straordinari della Presidenza del Consiglio dei Ministri e con la pressoché totale assenza di partecipazione attiva sia del comune e della provincia dell’Aquila che della Regione Abruzzo. Tale capacità di gestione amministrativa, a mio giudizio, dovrebbe essere approfonditamente studiata per poterla proporre come modello giuridico/amministrativo in uno studio comparato con le ordinarie e quotidiane procedure delle autonomie locali, caratterizzate dalla insuperabile difficoltà di assicurare risultati in tempi e modi soddisfacenti per il cittadino. Diverso, invece, è il modo disinvolto con cui lo stesso governo nazionale ha abolito l’ICI sulla prima casa, intervenendo “a gamba tesa” su una materia che incide profondamente sulla riconosciuta autonomia finanziaria assicurata ai comuni dall’art. 119 della medesima riformulazione dell’art. V della Costituzione. O come altrettanto disinvoltamente continua a procedere la Regione Campania che, anziché svolgere il suo ruolo di pianificazione e di programmazione su vasta scala, adottando un Piano Regionale di Sviluppo che serva da cornice per una coerenza della pianificazione e programmazione intermedia delle province o territoriale dei comuni, si attarda a trattenere per sé funzioni di gestione diretta di servizi (trasporto pubblico locale, servizi culturali e sociali, urbanistica, etc.) e perfino funzioni di carattere autorizzativo (nelle materie di tutela dell’ambiente, degli insediamenti produttivi, della distribuzione commerciale, etc.) utilizzando strumenti autoritari quali il Commissariamento del Consorzio A.S.I., delle attività delle Bonifiche, e fino a qualche mese fa anche della gestione dei Rifiuti. Eppure con il D.lgs. n. 112/98 sono passate ai comuni l’80% delle competenze ministeriali delle funzioni amministrative generali e, come si è già detto, con la riforma del Titolo V la regione ha acquistato potestà legislativa esclusiva e concorrente per materie, agli enti sovraordinati spettano solo funzioni amministrative generali ma di carattere sussidiario. Pertanto gli enti locali sono chiamati ad una stagione impegnativa per affermare il loro nuovo “potere” e per riorientare i loro rapporti “verso l’alto”. La rivendicazione politica di un riequilibrio dei poteri deve essere accompagnata da una concomitante definizione di un programma di sviluppo strategico del territorio da affermare presso le istituzioni provinciali, regionali e nazionali: è su tale documento identitario dei bisogni e degli interessi della città amministrata che deve essere sollecitato l’intervento sussidiario degli enti sovra locali. In tal modo si esercita concretamente quel potere di titolarità preminente della rappresentanza della propria comunità e si diventa attori e destinatari interessati della costruzione di quel sistema di integrazione istituzionale, di governance, di amministrazione integrata finalizzata alla realizzazione di un progetto di città nato dalla città. Quando ho affrontato tali tematiche nei rapporti con la Regione Campania o con organi centrali di governo sono riuscito, in ambiente ostile, a scalfire la pigrizia e la gelosia di potere portando a casa il programma PIU’ Europa, i fondi FAS con la delibera CIPE n.20/2004, n.35/2005 e n.3/2006, e tante iniziative di interventi di risanamento ambientale, tanto per citare alcuni interventi strategici. L’ente superiore, infatti, quando viene sollecitato ad intervenire sulla base di una progettazione qualificata ed idonea, non può rimanere inerte in quanto è detentore delle risorse finanziarie destinate al tale scopo, da una parte, ed è titolare delle funzioni di servizio che non può negare ad un territorio e comunità in cui esso stesso è articolato. Ma avere un progetto di sviluppo della propria città, da affermare “dal basso”, erga omnes, significa anche proteggere il nostro territorio e la sua comunità dalla calata “dall’alto” di molti scellerati interventi distruttivi del nostro tessuto economico e sociale.



Espedito Marletta

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