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Industria e ambiente quale Tutela?

L’area metropolitana di Napoli è tra i luoghi al mondo più densamente popolati, con l’aggravante di avere anche un’altezza media delle abitazioni piuttosto bassa, che impedisce lo svilupparsi di quelle fisiologiche e salutari aree libere per la fruizione collettiva, che necessariamente nascono intorno ai grattacieli.
L’urbanizzazione si è sviluppata nel tempo in modo selvaggio e senza alcun tipo di programmazione o controllo. Essa attualmente si configura come un unico agglomerato, senza soluzione di continuità, che rende gli spazi liberi un bene tanto più prezioso quanto più raro. La sovrappopolazione determina un complesso sistema fisico e sociale che amplifica ogni sorta di problema relativo alla gestione del territorio e dei servizi comuni, come la viabilità, i rifiuti solidi, l’inquinamento. In questo contesto, tutto ciò che è ordinaria amministrazione per insediamenti normali, diventa invece straordinario. Purtroppo, la conduzione di situazioni straordinarie lascia ampie libertà di gestione e poco controllo e ciò, notoriamente, induce l’uomo in tentazione e favorisce spesso l’insorgere di interessi molto variegati, che fanno perdere di vista il problema tecnico di partenza, finendo addirittura per amplificarlo. Ecco spiegato perchè, soprattutto da queste parti, situazioni come la gestione dei rifiuti o la tutela ecologica del territorio, si trasformano sovente in colossali emergenze ambientali. Acerra, con i suoi 54 Kmq, è il secondo paese per estensione della provincia di Napoli, ma, soprattutto, è uno dei pochissimi comuni a disporre ancora di considerevoli aree libere. Approfittando di questa rara risorsa, il consorzio ASI stabilì negli anni ‘80 l’ubicazione di un grosso agglomerato industriale, che si sarebbe esteso su una superficie di 2.980.200 mq, di cui 1.900.300 destinati ad attività produttive. L’area è localizzata nelle immediate vicinanze del centro abitato ed è separata dallo stesso dall’Asse di supporto ASI. Fertilissima terra di piccoli agricoltori e di grandi colture intensive, rappresentava allora l’unica risorsa di una limitata economia rurale locale. Essa fu espropriata ai legittimi fruitori dando inizio a un processo di trasformazione del territorio che vide in pochi anni l’attuarsi di un violento e repentino tentativo di riconversione da un’agricoltura povera, ma certa, in una discutibile e mai del tutto decollata economia industriale. L’agglomerato ASI si è distinto negli anni passati per la presenza, su circa la metà della sua superficie, degli impianti dell’azienda chimica Montefibre, oggi smembrata in diverse imprese ed in attesa di una riapertura attraverso un lento e faticoso processo di riconversione che prevede la creazione di un parco industriale. Esso avrebbe dovuto ospitare tutta una serie di nuove attività produttive, soprattutto locali ed ecocompatibili, che avrebbero dovuto dare nuova linfa occupazionale ad un territorio particolarmente bisognoso, prevedendo, prioritariamente, il reintegro di tutti i lavoratori in esubero in seguito alla chiusura delle attività pregresse ivi ubicate. Purtroppo, all’articolata programmazione degli anni scorsi, con tanto di finanziamenti, declamazioni politiche, intese tra le parti e accordi di programma sottoscritti, non ha fatto seguito alcun atto concreto. L’area industriale del consorzio ASI dislocata sul territorio acerrano non ha avuto lo sviluppo atteso, nè quantitativamente, nè, soprattutto, qualitativamente. Sono pochissime le realtà produttive attualmente operative. Le tanto attese industrie ecocompatibili non sono mai arrivate, nè vi è traccia dell’atteso parco industriale. Quello a cui invece si è assistito è stato, inequivocabilmente, il costante incremento di insediamenti produttivi ad impatto ambientale rilevante, appartenenti tutti rigorosamente al settore trattamento rifiuti. Come si spiega tutto questo? E’ molto semplice. La logica elementare afferma che per lo sviluppo di un’attività produttiva occorrono fondamentalmente due condizioni: reperibilità di materia prima e disponibilità di spazi legalmente idonei per l’ubicazione. In questo contesto, la zona industriale di Acerra è baricentrica rispetto a uno dei più vasti bacini di approvvigionamento rifiuti e contemporaneamente costituisce pure uno dei rari esempi di disponibilità di suoli dotati di tutti i requisiti tecnico - legali necessari per ospitare le redditizie attività del settore. Quanto tutto questo sia stato casuale e quanto voluto, non ci è dato al momento sapere, forse solo la storia svelerà un giorno ai posteri tutto ciò che oggi appare a noi inspiegabile. Certo è che se si considera che un’articolatissima rete stradale e uno scalo ferroviario tra i più importanti d’Italia furono realizzati per servire un territorio che all’epoca non ne aveva alcuna necessità, e se a questo si associa il fatto che le autorizzazioni in campo ambientale ora sono rilasciate da autorità sovra comunali, che prescindono completamente dalla volontà delle amministrazioni locali, allora qualche dubbio sull’esistenza di un preciso disegno può anche affiorare. Se c’è ancora qualche nostalgico che si rammarica dello sviluppo anomalo di questo territorio avvenuto contro ogni logica e a dispetto di ogni naturale vocazione, se c’è ancora chi non sa spiegarsi come mai nell’area ASI di Acerra non fioriscano industrie del settore alimentare o dell’indotto agricolo o comunque attività a basso impatto ambientale, a questo punto può fare le sue personali considerazioni. Non ho intenzione di addentrarmi in sterili polemiche o in fantasiose ipotesi. Al di là delle responsabilità - che di certo ci sono state e prima o poi verranno fuori - i fatti vogliono che, nel corso degli anni, lungimiranti politici e imprenditori, pubblici e privati, hanno insistentemente guardato con interesse il nostro territorio, accaparrandosene le aree, con le buone o con le cattive. Programmazioni guidate da mani sapienti hanno creato i presupposti per l’ubicazione nel tempo di tutte quelle attività che avrebbero potuto massimizzare l’utile d’impresa, senza tenere in alcuna considerazione tutte le prevedibili implicazioni ambientali e di salute pubblica. Grandi utili d’impresa, per lo più stranieri, a danno esclusivo della comunità locale che non ha mai ricevuto alcun tipo di opera di compensazione, come legalmente prevista, a parziale risarcimento di quanto deturpato. Un processo iniziato molti anni fa e che ha visto il suo apice - si spera - con l’avvento dell’inceneritore più grande d’Europa. Processo che è passato per lo stoccaggio delle ecoballe, per pseudoimpianti di compostaggio e stoccaggio poi sequestrati, per una miriade di altre attività minori, ma tutte rigorosamente operanti nel settore rifiuti. Processo che ha scritto la sua pagina più recente con un’ulteriore autorizzazione all’esercizio di un impianto di trattamento di rifiuti liquidi. Con questo non voglio demonizzare tutti i tipi di impianti del settore rifiuti, alcuni dei quali sono necessari e svolgono funzioni importanti per la collettività. Non ho nemmeno intenzione di polemizzare sulla legittimità delle richieste o su chi ha rilasciato le relative autorizzazioni per il passato e per il presente, su chi ha fatto e chi ha lasciato fare, su chi gestisce e chi controlla, vorrei solo ribadire una mia semplice considerazione. In Italia esistono norme molto severe che regolamentano l’esercizio di questo tipo di attività. Noi tutti, cittadini rispettosi delle leggi e fiduciosi nell’onestà morale ed intellettuale dei nostri amministratori, siamo certi che ciascuna di queste aziende abbia prodotto le doverose garanzie tecnico - legali per ottenere le necessarie autorizzazioni e che siano rigorosamente rispettose delle regole vigenti. Siamo altrettanto certi che la gestione venga sempre fatta con coscienza, nel rispetto di quanto previsto dalla normativa e dal buon senso e che l’obiettivo dei rispettivi imprenditori sia un utile d’impresa compatibile con la salvaguardia dell’ambiente. Siamo sicuri, soprattutto, che gli organi ufficiali di controllo facciano del loro meglio per scoprire e sanzionare, obiettivamente e senza eccezioni, ogni tipo di abuso. Ma, analizzando i fatti concreti, alla luce di quanto è possibile constatare nel quotidiano semplicemente guardandoci intorno, mi chiedo: tutto questo è davvero sufficiente a garantire la tutela dell’Ambiente e della Salute Pubblica nella nostra comunità locale?
Ing. Alberto Di Buono
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